Inestinguibil sete mi sperona a volgere il desio e la mia mente in ver il sacro fonte de Elicona. E la mia Musa in me tanto è potente,
che un pensier meco sempre mai ragiona sì come secretario suo prudente, qual dice spesso a me: – Fregoso, scrive, ché questo è quel che dopo morte vive –.
Da' suoi recordi allor resto sì acceso che tutto al fin mi par consunto in vano il prezïoso tempo in altro speso. Così con quel calor la penna in mano,
mosso dal mio fatale influsso, ho preso, per scrivere con stile umile e piano un mio concetto, il quale in mezzo il core con la sua mano già gli impresse Amore.
Era nel tempo quando Filomena su' verdi rami dolcemente plora, che se ricorda di sua antiqua pena, e Zefiro con la sua vaga Flora
il bel tempo sereno a noi rimena, e che ogni cosa viva se innamora, e virtù piove da l'aurate corna del Bue celeste, che la terra adorna,
quando in un bel verzer de arbori adorno prendea sedendo un placido reposo, sì come cacciator che a mezzo giorno cerca per reposare un loco ombroso,
ch'ha il dardo in mano e al col gli pende il corno, e i cani intorno a lui sul prato erboso giacen tallora, ansando il grato affanno che a seguitar la fiera sofferto hanno.
Così giacean fra fior vermigli e bianchi inante a' piedi mei doi cagnoletti per longa caccia forse allora stanchi. Vero è che eran de corpo piccioletti,
ma in l'opre magni, generosi e franchi. Non fece mai Natura i più perfetti. Questi erano il mio spasso e il mio piacere, il terror furno questi de le fiere.
Questi già gli ebbe molto grati Amore; Pensier l'un nome avea, l'altro Desio; rosso era come un foco il lor colore, più bella coppia mai più non vidi io,
tal che la magna dea del casto core arebbe avuto invidia al stato mio, ché quanto in suo esercizio è l'om più degno, si è superato, tanto ha maggior sdegno.
O Musa, o Diva mia, poi che a te piace temperar la mia penna a nove imprese, manda nel petto mio tranquilla pace; poi dimmi da qual bosco o qual paese
venne la Cerva candida e fugace qual questi mei bracchetti così accese a seguir lei con tanto estremo ardore per darla in preda al caro lor signore.
Eran l'erbette rugiadose ancora e tutte di cristal parean coperte; in orïente la purpurea Aurora le fenestre del celo aveva aperte
con la man che Titon vecchio inamora; e già mostrava a noi le cose certe il chiaro Febo, e in su le cime loro a gli arbori parean le fronde de oro.
E già gli augelli con suo dolce accento salutavano il giorno, e già i destreri d'Apollo più veloci assai che 'l vento il ciel montavan rapidi e leggeri,
quando io mi mossi non con passo lento con questi doi mei piccioli lamieri: lor da catena sciolti, io da ogni cura, esplorando le selve e la pianura.
Gran pezzo avendo già cercato in vano il bel paese né trovato mai fiera selvaggia in così largo piano, maraviglioso e sazio sì restai
ch'io me revolsi a la sinistra mano e per fuggir del sole i caldi rai, in un fiorito prato intrai vicino, d'arbori cinto a guisa di giardino.
In mezzo gli era un chiaro fonte vivo, del qual ne fu maestra la Natura, da cui nasceva un piccioletto rivo con l'onda chiara, tremolante e pura.
Fondo arenoso avea di fango privo, con ambe sponde ornate di verdura; parean col mormorar dir le fresche acque: – Vener qui, lassa, col suo Adone giacque –.
Così invitato dal mormorio leve dil chiaro e fresco e limpido ruscello, cui grata voce mi parea dir: – Beve –, presi reposo in questo loco bello
e con quella acqua fredda come neve, sedendo sotto un florido arboscello, posto al prato il mio dardo e alcuna rete, a i cani e a me scacciai l'ardente sete.
Un grato vento per le verdi fronde soavemente sibilava alquanto e respondeva al strepito de l'onde, quale armonia a me grata era tanto
che sopra a l'erbe tenere e gioconde io mi posi a giacer, posta da canto ogni altra cura, e con la sua famiglia Morfeo venne a me con gravi ciglia.
E per le membra placida quïete me infuse sì soavemente ch'io restai come chi beve a l'onde letê e tutte l'opre sue pone in oblio.
Ecco la Cerva, per scacciar la sete, venir di passo in ver il fresco rio; ma poi che al prato vidde me giacere, in paurosa fuga cangiò il bere.
Indi partendo timida e leggera, poi che da me fu delongata un poco, fermossi a riguardar con fronte altiera come tenesse i cani e me da gioco;
ma lor vedendo quella bella fiera, se accesen ambi come ardente foco e con ansiose voci me destorno, e per seguirla in piedi ambi levorno.
Io me stimai felice cacciatore vedendo quella Cerva bianca e pura; però levato in piè con batticore, trepido tutto e pieno di paura
de non aver di quella preda onore, perché so che la caccia è sol ventura, con i mei cani la seguiva ascoso, per fin che intrata fu nel bosco ombroso.
Tacito e solo, e pauroso e lieto, tesi le reti mie con diligenza a certo passo e loco più secreto; da poi che ascosa fu da mia presenza,
ambi li cani mei gli lasciai drieto, e seguendola lor con gran veemenza e con voci dolenti sì la strinsero, che in una de le reti mie la spinsero.
Ahi lasso, ché per mio maggior tormento in l'infelice laccio invilupossi e via passollo come proprio vento, e subito da quello alontanossi.
E io che stava tacito e attento, veloce in ver la preda allor mi mossi credendola secura avere in mano, ma il creder mio fu allor fallace e vano.
Vedèstu mai, lettor, il fanciulletto gettar certi sonagli gonfi e vani con la cannucia da fenestra o tetto, e il pazzo sotto con aperte mani
aspettar quelli con un gran diletto, e poi gli trova al fin essere inani? Così aspettando questa fiera intento, mi trovai con le man piene di vento.
Io la credea trovar nel laccio avolta, lasso! ch'io n'ebbi troppo grave scorno vedendola fugir leggera e sciolta. Così pensoso, posi a bocca il corno
e cominciai sonare a la recolta. Ahimè, ché i cani mei non me ascoltorno, ma via passando con furore immenso la seguirno in un bosco ombroso e denso.
Da longe alternamente ambi gli udiva, e affannato e di reaverli incerto, con leve corso e gridi li seguiva. E longo tempo avendo già sofferto
gran pena, e che già più non gli sentiva, e per non esser del paese esperto, fermaimi in una via tutto pensoso, ché 'l sole in occidente era già ascoso.
E dicea meco ragionando: – Ahi lasso, quanto pazzo è colui che piacer prende nel qual la pena sia maggior che 'l spasso! Quanto il breve piacer d'oggi me offende!
Vedo ch'ho speso in vano ogni mio passo. Ahimè, ché l'esperienza mi reprende e fa cognoscer qual frutto riceve chi segue uno animal selvaggio e leve.
Non doveva prezzar tanto una fiera, ch'io non prezzassi più mia vita assai. Ben doveva saper se era leggera e che tenuta non l'arebon mai
mie reti, ché animal per lor non era. Sì vinto dal suspetto io son, che ormai ogni arboscello un fiero lupo parmi o più crudo animal per lacerarmi.
De la mia temeraria impresa aspetto recever conveniente pagamento, e or è il primo questo gran suspetto, qual m'empie il core di mortal spavento,
né ancor son gionto al sanguinoso effetto. Deh, fussi stato a sciogliervi più lento e prima ben considerato il fine, ch'or non sarei fra queste acute spine!
Io sarei fuor di questa selva oscura, se sciolti io non ve avessi da catena e di voi e di me più avuto cura. Il mio appetito e il vostro ardir mi mena
forse in ver morte paventosa e dura. Poi che seguirvi (ahimè!) non ho più lena, vostra ostinata impresa ormai lasciate e a la mia voce e al corno retornate.
Natura è pur de fido cagnoletto ritornar volontieri al suo signore, e a me che tanto tempo in vano aspetto, de far retorno non gli vene in core.
Ah, influsso mio crudele e maledetto, che per mio affanno e per maggior dolore a questi cani mei dai tanto ardire, che fine a morte la voran seguire!
Ah, male esperto! ben dovea sapere che ogni eccellente e generoso cane segue con più fervor le magne fiere e che la Cerva qual vidi stamane
boschi passato avria, colli e rivere, fuggendo in selve solitarie e strane, e sempre i cani mei l'avrian seguita disposti averla o ver perder la vita –.
De mia salute e dil camino incerto, col corpo lasso e travagliato core per l'affanno che 'l giorno avea sofferto, elessi di montar per mio migliore
sopra a un patente faggio ombroso e erto, che in quella selva piena di terrore poco anzi per mio albergo aveva eletto, per fuggir de le fiere il gran suspetto.
Così deposto il mio pongente dardo e retirato indrieto alquanti passi, per correre a salir poi più gagliardo, a certi rami io mi attaccai più bassi;
e s– salito, mentre intorno io guardo, sopra d'un corno de eminenti sassi vidi apparer un lume e non lontano, che portato parea da mortal mano.
Così pien di speranza e timoroso, fiso quel chiaro lume io rimirava come fra rami e rami augello ascoso, e con la mente mia così parlava:
– Deggio descender questo tronco ombroso? Deh, non! Se gente fia malvaggia e prava, forse mi spogliarà o darammi morte: donque meglio è star qui tacito e forte.
E s'io non scendo e ch'io cadesse a terra, vinto dal sonno in questa oscura notte? Ahimè, le fiere che 'l gran bosco serra mi stracciaranno in qualche strane grotte.
Freddo, fame e timor poi mi fan guerra e ho dal caminar le membra rotte. Temo non sia possibil di salvarme, però fia meglio a la ventura darme.
Forse sarà pastor benigno e pio, a cui rencrescerà mia iniqua sorte e porgerà soccorso al caso mio; e se pur fia latron superbo e forte,
ben sarà irrazional crudele e rio, poi che me arà spogliato, a darmi morte. E se pur moro, arò questo conforto, ch'io sarò almen per man de omini morto,
e non d'artigli de animal cruento, e non da fame o sete o da paura, e non d'afflato de notturno vento; non mi sarà negato sepultura,
ché de mia morte forse arà spavento e getterammi in qualche fossa oscura. Sì che, ogni modo, voglio gridar forte, venga che venir vuol, soccorso o morte –.
– O tu qualunque sei su l'alto sasso –, forte gridai, – che porti il lume in mano, dègnate, prego, de calare al basso, sii che tu vogli, o spirto o corpo umano.
Vieni e adiuta uno infelice e lasso uno infelice cacciatore insano, insano a seguitar la fiera tanto, che 'l suo piacer se gli è rivolto in pianto.
Non consentir che in questa selva ombrosa sia da rapaci fiere lacerato. Tra'me di questa valle paventosa, ch'io non sarò del bon soccorso ingrato.
Se l'opra tua mi prestarai pietosa, ancor sarai di tal pietà laudato. Non son selvaggio, ben che in selva io sia, ch'io non sappi che cosa è cortesia –.
Al fin de le parole alta resposta fece una voce e disse: – O cacciatore, aspetta fin ch'io scenda giù la costa; ferma l'animo tuo, fa lieto core,
ché la salute tua non è discosta –. Così calar allor vidi el splendore, né potea chi 'l portasse veder certo, ché 'l resto da la notte era coperto.
Non fu men grato a me quel lume chiaro, poi che 'l grazioso suo parlar intesi, che sia la tramontana al marinaro; però da l'arbor prestamente io scesi,
ponendo fine a quel mio pianto amaro. Né men conforto de la luce presi, che 'l bon nochier di quella suol pigliare che in gran tempesta in su l'antenna appare.
A pena del ramoso tronco sceso era, che gionse dove io lo aspettava, con man ripar facendo al lume acceso, per un poco di vento che soffiava.
Ma poi ch io l'ebbi in viso ben compreso, ogni timor da me si allontanava e ne lo aspetto suo molto grazioso compresi mia salute e mio reposo.
Dopo molte accoglienze mutue e grate, guidommi in cima al suo pogetto ameno con tanto amore e tanta caritate ch'io nol saprei narrar, lettore, a pieno:
non mi parve in selve esser, ma in cittate, tanto era di civil costumi pieno, ché dove abita un om preclaro e degno, fa una città col suo eccellente ingegno.
Questo era sacerdote de la diva che 'l Gorgon porta e in man l'asta pongente, che fu inventrice de la santa oliva: Eubulo era chiamato da la gente,
e spesso a questo loco alcun veniva solo per visitar questo om prudente e consigliarse de alcun novo caso, ché di sapienza e carità fu vaso.
Ilare ne lo aspetto era il vecchione, faceto e grave, e probità nel volto mostrava tutto privo de ambizione; sempre diceva il ver libero e sciolto
al caro amico suo senza fizione, e era al culto de la dea sì vòlto che in la sua santa solitaria cella già spesse volte ragionò con quella.
Così in l'umil sua casa me introdusse Eubul con grato viso e lieto core, e come stato suo germano io fusse, secondo il loco mi faceva onore.
– O felice pensier, il qual me indusse ad esser de la Cerva cacciatore, ché se ella non pigliai nei lacci tesi, almen questa amicizia santa io presi.
Or chi dirà che con suo nume eterno l'instabile Fortuna non sia quella che d'ogni mortal cosa abbia il governo? Ahimè, quanto oggi a me stata è ribella!
E or, se 'l ver dal falso ben discerno, me mostra la sua faccia dolce e bella. Quanta è quella sentenza santa e vera: – La vita il fine e il dì loda la sera –.
Non credea in questa casa solitaria gionger già mai, anzi mi tenni morto, vedendomi Fortuna sì contraria, e or son gionto in un securo porto.
Quanta è l'umana sorte incerta e varia! Poco è piangea che 'l ciel mi facea torto, e or sono in un loco capitato, quale a me non potrebbe esser più grato –.
Così parlando, a la sua pura mensa seder mi fece l'ospite mio degno e di quel ch'ebbe con carità immensa mi ministrava in chiaro vetro e legno.
O candido lettor mio caro, pensa, (come credo) se hai lume alcun de ingegno, che fummi tal cenar così iocondo, quanto altro mai da poi ch'io nacqui al mondo.
Grato restauro al corpo e a la mia mente sporse ad un tempo il placido convito, tal che gran gaudio ancora il mio cor sente; e pria che da seder fussi partito,
mostrommi il iusto vecchio apertamente che sia il seguir un vano suo appetito, sì che tal frutti in la mia vita mai al fin d'altro convivio io non gustai.
Al fin di quella sobria e santa cena Eubul con quello amor che ha il patre al figlio, come de lo error mio portasse pena, incominciò con assai mesto ciglio
e disse: – O ignari, che furor vi mena, o vani cacciator senza consiglio, a spendere il prezioso tempo e breve seguendo uno animal fugace e leve?
Se quante fiere in questo bosco stanno tutte in un giorno preda tua facesti e quante mai fra selve abitaranno dimme che gloria mai ne acquistaresti.
A che durar sì vano e longo affanno? Ahimè, figliolo, consumar dovresti questa vita mortale in megliore uso, per non restar dal tempo al fin deluso.
Prende esercizio virtüoso, il quale sia forte scudo a la Fortuna avversa quando ferir ti vuol col duro strale. Se da tempesta in mar fusse dispersa
la tua ricchezza, tua virtù sia tale che non resti con quella almen summersa; e, nudo, abbi tesoro di tal sorte che a pena tôr tel possa l'empia morte.
Vari diletti sono infra gli umani: a cui la corte, a chi seguire Amore, a chi fiere cacciar piace con cani, a chi ricchezza e a chi ambizione e onore,
chi el mondo peragrar per lochi strani: felice è quel che eleger sa il megliore e sempre abbia in memoria senettute, qual consolar convien con la virtute.
Quel che in vani piacer sua giovenezza e il tempo suo trapassa in giochi e in festa, come tranquilla puote aver vecchiezza giongendo ne la età grave e modesta
e aver la mente a voluttate avezza? Ahimè, ché la memoria lo molesta, ché recordarsi de i piacer passati stimuli al cor gli sono avenenati.
Qual doglia pensi senta dentro il core quel che già cortegian fu sì prestante e di sua vita ha trapassato il fiore, e vede tanti a lui passare inante
sfoggiati e vaghi e pieni di valore, debil essendo, frigido e pesante? Se di virtute allor si trova privo, non credi ch'abbia in odio l'esser vivo?
Levagli il tempo quella leggiadria e quella agilità che 'l facea grato a ogni signore e in ogni compagnia; e propriamente è come un vaso ornato,
che legno è dentro e fuor par che oro sia: se di quello ornamento è poi privato, più non si stima e sì sua sorte muta che ognun come vil cosa lo refiuta.
E quel che già ne l'amoroso gioco ne la sua verde età fu sì felice e gionge a la vecchiezza a poco a poco, né più a fogge amorose intender lice
e giaccio ha il corpo e l'appetito foco, come credi che stia questo infelice, se avvien che veda giovenetti amanti con dame in festa floridi e gallanti?
Il desio vive in lui, morto è il potere: sente l'ardente pena che dà Amore, ma più gustar da poi non può il piacere; fa come infermo suol pien di langore,
che un frutto tiene in man sol per vedere e per diletto prender de l'odore, ma poi se 'l gusta, nocegli sì forte, che spesso a quel piacer succede morte.
Ricchezza in senettù, ambizione e onore riposo a molti pare e gran diletto, ma crede a me che han seco assai dolore. E poi quale è sì privo de intelletto,
che non sappi che 'l vecchio in breve more, avendo il corpo da molti anni infetto? De non goderle longo tempo è certo, sì che in mezzo al piacer gran duol ha inserto.
Negar non so che 'l peragrar la terra laude non sia e gran satisfazione e prattico l'om faccia in pace e in guerra e grato a conversar fra le persone;
ma chi alcun vizio nel suo petto serra, raro lo lascia per cangiar regione, anzi è vizio tallor di tal natura che lo accompagna fin in sepultura.
Ma chi vita modesta e virtüosa in la sua gioventù menar soleva, già non gli par vecchiezza poi noiosa; se in verde età da vizio se astineva,
gli era quella astinenza faticosa, ma tal fatica senettù glie leva e de appetiti estingue il grande ardore, che in mille parti glie abruggiava il core.
La età senil, se sia senza passione de sfrenati desii, è un leve peso da tolerar, ma la persüasione fa che 'l vero da noi non è compreso,
e però l'omo più da la opinione che da la veritate è spesso offeso: ché essendo senettù degna e modesta, l'opinion fa aparerla amara e infesta.
Questa è la età prudente e moderata, questa è quïeta e di esperienza piena, savia e d'ogni van desio purgata, e carca par de intolerabil pena
a chi lascivia sempre mai fu grata. Ma chi sua vita sobria e casta mena in la florida età de iuventute, raro aver suole inferma senettute.
Lascivo vecchio mai non ha riposo, ché infetto ha il senil corpo e ancor la mente; sempre d'altrui piacer è invidïoso e fa come stallon fra le iumente
che è bolso e antiquo e nondimen focoso; così se de Amor questo parlar sente, lasciva fiamma lo arde e lo divora, ché in secco legno il foco più lavora.
E poi corroso da una interna cura, incomincia a pensare il vecchio insano se dopo morte l'alma eterna dura, che fine allora avea tenuto vano;
e però sempre ha una mortal paura pensando sopra al viver suo profano, vicino essendo omai a l'ora estrema, de la qual ogni uman paventa e trema.
Questo sudar glie fa troppo la fronte, vorrebbe lo infelice voluntieri che nulla fusse e il gioco andasse a monte: così da questi ambigüi pensieri
sempre ha de affanni in mezzo il cor un fonte e mille dardi venenosi e fieri; se sente poi un minimo dolore, più pena assai che 'l duol gli dà il timore.
Però, figliol, se arai virtute amica, che al ciel estolle l'anima immortale, farai come far dicon la formica, che in la vecchiezza sua suol metter le ale,
e volarai a quella patria antica, dove salir non può chi vive male, e in eterno lì sarai felice, né maggior ben di quel sperar ne lice –.
Con umil voce e con demesso volto io glie resposi: – O patre de onor degno, il tuo santo precetto in me può molto, ma per chiarir il mio dubioso ingegno,
che forse in ignoranza sta sepolto, dirotti il mio parer, non lo abbi a sdegno, né chiamar temerario il parlar mio, ché sol per imparar questo dico io.
Teco farò come chi un grato odore vuol trar de alcuna cosa e che l'accende, e per la gran virtù di quello ardore, soave spirto a' circostanti rende;
così accendendo anch'io tuo santo core, non già con foco material, che offende, ma con le mie parole adesso un poco, renderà grato odor per ogni loco.
Io dico, patre mio, che con sapienza creato il tutto fu, come si vede, da la divina eterna providenza, ben che gli è alcun che a caso il tutto crede.
Essendo adonque il ver questa sentenza, che da summo saper tutto procede, chi vuol dir altramente, è certo insano, che Dio e Natura faccian cosa in vano.
In la mente divina o di Natura fur pria le Idee, che mai fusse creato in questo mondo alcuna creatura; così fu poi ogni animal formato
e il naturale istinto con gran cura qual seguir debbe, a ognun di lor fu dato; e credo chi negasse quel ch'io dico, non seria a veritate vero amico.
Se non avesse le sagaci nare, s'el non fusse fidel, goloso e fiero, e solicito in caccia e nel latrare, s'el non fusse con coda lusinghero,
né sapesse con lingua medicare, chi can dicesse, non direbbe il vero. Se questi effetti con la forma stanno, del vero cane uno individuo fanno.
E ben che quella età prima tenella di tali operazion par esser priva, latentemente son però con quella, ché quando poi alcun vivente arriva
ne la più verde età florida e bella, qual foco occulto allor se accende e aviva e cognoscer fa poi de ogni animale quale è suo istinto e corso naturale;
se non, Natura e quel gran Fabro eterno fatto averiano in van l'operazione, per qual uno animal da l'altro io scerno. E però se l'è ver questa opinione,
chi creò il mondo e ha di quel governo, con sapienza infinita e con ragione facesse il tutto e mai non può fallire, suo istinto ogni animal convien seguire.
Tutte le età di noi miseri umani vengon con suoi costumi e suoi piaceri: sono i fanciulli simplicetti e vani, vòlti a le noci e suoi desii leggeri;
crescendo poi desian cavalli e cani; facili al vizio e per sciochezza altieri, e ogni reprension tanto gli offende che son nimici a ognun che li reprende.
Florida gioventù tutta amorosa, tutta galante e tutta legiadria, balli e canti desia sopra ogni cosa; sempre quasi ha lascivia in compagnia
e prodiga è dil tempo e perigliosa, e ogni monte gli par piana via, e raro da' mortali è cognosciuta, per fine a tanto che non è perduta.
E così poi ne la virile etate se suol cangiar pensier, cangiar desio, e quelle cose quale allor fur grate in l'altra età le pone poi in oblio
e aspirar comincia a dignitate, a ricchezza, e tenerla per suo dio. Vien senettù, de la qual ditto è assai, quale il passato lauda sempre mai.
Chiunque i costumi d'ogni età non sente (chi più, chi men, come sua complessione lo induce), o patre, credo veramente chiamar om non si possa con ragione;
né ancora la Natura lo consente, che a ogni animal dato ha la sua passione, e ogni fatica contra quella è inane, ché l'om convien che faccia cose umane.
Omo son nato e i natural costumi de la mia gioventù seguir conviene: s'io seguo fiere per le selve e dumi con can latranti e delettevol pene,
e adoro in terra doi fulgenti lumi, che son mie stelle e mio celeste bene, obedisco a Natura, e errar non credo s'io godo quello che da lei possedo.
Come per pioggia, o nebia, o vento, o sciutto, da l'arbor verde cascherà tallora, che in vista par maturo, acerbo frutto, così interviene spesso a quello ancora,
che in l'opre e in viso è vecchio e in la età putto, né può durar: convien che in breve mora; e pigra gioventù che è senza amore, è come inutil fior che è senza odore.
E se astinente un più de l'altro pare, patre, non è maravigliosa cosa, perché la complession questo fa fare, secondo che è imbecilla o vigorosa.
A la venerea fiamma non può ostare chi ha complession sanguigna e amorosa, come colui chi l'ha frigida e tarda, ché l'un par giaccio e l'altro par sempre arda –.
– Ahimè, figliol –, disse ei, – che è quel ch'io sento? Lassa questa opinion vana epicura, causa de infamia eterna e di tormento. Se Dio (sì come hai detto) e la Natura
creorno il tutto, il che ancor io consento, con infinita providenza e cura, creato in vano arian in noi ragione, secondo la tua falsa conclusione.
Se non sapesse la virtù dal vizio discerner l'om, ragion che valerebbe? Che valerebbe il natural iudizio? Ogni virtute al mondo in van sarebbe.
Se appetito facesse quel offizio che la ragion maestra in noi far debbe, non poterebbe uno eccellente core aver nel mondo il meritato onore;
saria destrutto il vivere modesto, non meritaria biasmo il cor profano, né laude ancora il virtüoso e onesto. Guarda a quel che sarebbe il stato umano,
quanto il gran Giove mancarebbe in questo, se a quel ch'ha il fren de gli appetiti in mano fusse di gloria eguale e di mercede uno che in voluttate ogni ben crede.
E poi la complession, sì come hai detto, non fa l'omo astinente, o figliol mio, ma un cor modesto dentro a un casto petto. Non vedi spesso uno om malvaggio e rio,
se avvien talor che sia da alcun corretto, li vizi suoi mandar presto in oblio? Non hai già inteso che la nutritura per l'uso si converte poi in natura?
Non vedi la Ragion, per far diffesa contra la Voluttà, che è tanto grata, per vincere con lei la dura impresa, di Pazïenza e Astinenza armata,
di Virtù in man portar la face accesa? Con molte altre arme ancora preparata, e oltra le arme, de animo sì forte che, pria che perder, spesso elegge morte.
Dil che infiniti esempli potrei darte, e se leger tu vòi, ne troverai piene le antique e le moderne carte; ma questo solo basteratti assai,
che Ippolito straziato a parte a parte da' cavalli esser vòlse, pria che mai consentire al furor de la matregna, perché Ragione a i suoi far così insegna –.
– Chi potria mai, o di sapienza pieno, responder –, dissi, – a gli argumenti santi, che escono fuora del tuo casto seno? Chiaro sapeva certamente inanti
che frutti aria produtto il tuo terreno più assai soavi ch'altri e più prestanti, ma fatto ho teco come chi uva preme, che da ogni canto dolce liquor geme.
Ché se con mie parole ho pur premuto l'animo tuo e in qualche parte offeso, sì soave liquor ne è fuor venuto che del grave error mio fia contrapeso;
perché se io fusse stato teco muto, tuo saggio argumentar non seria inteso, qual succo sparge sì salubre e grato che più d'un cor sarà da quel purgato.
Sanar quasi è impossibil in una ora membro che sia molt'anni stato infetto; dubito che impossibile sia ancora mei van desii sì presto trar del petto.
Da bon villan farò, che ben lavora campo a felce, o gramegna, o spin sugetto, che 'l purga e lo reconcia a poco a poco col rastro, con la zappa o ver col foco.
Così con tuoi precetti e santo lume de la sapienza tua, mio infetto core si purgarà d'ogni suo mal costume, e se ora pur mio giovenil errore
a i mei vani desii aggionge piume e fammi seguir fiere e il ceco Amore, frutto in me ancor faran le tue parole come novella pianta in giardin suole –.
Mentre ch'io ragionava, al fin gionto era il chiaro lume di quel bel candelo in su la mensa posto quella sera; e già la luna alzata a mezzo il celo
luce faceva a ogni notturna fiera, emula quasi del signor di Delo; però, silenzio imposto al parlar mio, Eubulo a reposarse andava e io.
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