Per vergogna era in viso ancora acceso quando il savio il parlar ebbe finito, col qual con gli altri pazzi io fui represo. Vedendome restar a tal partito,
in me cognobe manifesto errore, ché 'l volto accusa il cor quando ha fallito: però me disse alora: – Il tuo colore mostra che 'l mio parlar, se ben comprendo,
in qualche parte t'abia punto il core. Se col mio rider la tua mente offendo, dime in che modo, e non te fia descaro qualche cosa imparar ben che ridendo,
perché da me tu serai fatto chiaro che lo intenso mio riso è con ragione, vedendo il mondan fango a ognun sì caro –. Alor glie descopersi la cagione
ch'io era per vergogna un foco in viso, perché già fui d'Amor anch'io pregione. Response lui con un modesto riso: – S'io biasimasse Amor, io farei male,
ché Amor primo già nacque in paradiso. Rido de questo vostro amor mortale, ch'essendo infamia e danno, è ditto dio e dato gli hanno l'ale, el fuoco e il strale;
fascino è questo e un bestial desio, anzi nel cuore umano un cieco foco che in fumo ogni virtù scazza e in oblio. Da beltà carnal nasce e dura poco,
ché quella causa da la qual procede in breve se corrumpe e muta loco, ma quello Amor gentil che 'l tutto eccede, acceso per virtù d'un'alma eletta,
nel cielo ha posto la sua prima sede; e la causa è immortale e pura e netta da la qual vene, e però eterno dura quel vero amor che un gentil cor diletta.
Vechiezza o morte con sua falce dura a una pura alma la sua gran chiarezza anichilar non puon, né puon far scura; ma questa fragile e carnal bellezza,
quale da' pazzi è tanto desiata, morte o Fortuna facilmente spezza: però di questa gente sì insensata rido, ché tanto stenta acquistar cosa
che quasi è persa pria che guadagnata. Se un'anima preclara e virtüosa ami, figliolo, per piacere a lei ogni opra tua fia degna e glorïosa,
ché quando inanti a sua presenza sei, pria moriresti che far cosa mai degna di biasmo dove sia costei; ma quel simplice pazzo che audito hai
de la sua amica lamentar sì forte, ama sol del bel viso i chiari rai, e quello amor bestiale è di tal sorte che per aver quella sua cara amante
ruinerebe la celeste corte. E che ama al fin quel simplice ignorante? Un fascio d'osse chiuse in carnal veste, qual temerebe averle nude avante:
non sa il sciocco garzon che quelle teste prive de carn'è: orribile sì in vista che simel dentro la sua ninfa è a queste. Ah! ah! com'è possibil ch'io desista
de rider, poi che questi pazzi vedo con tanto ardor amar cosa sì trista? –. E poi si volse e a me disse: – Credo che cieco tu non sii tanto di mente,
che stii sumerso in questo error sì fedo; e se la gioventù lieta e fervente vanegiar t'ha già fatto, io tengo certo che non te offende il rider mio presente.
Alora l'angel mio, di me più esperto, rispose a lui: – Democrito mio degno, a me il suo cuor è sempre stato aperto: io l'ho condutto qua nel santo regno
al chiaro fonte de la sacra diva, per purgar e alzar suo basso ingegno. Prima sua compagnia sempre fugiva, mentre ch'io il vidi errar fra il vulgo basso,
fra quella turba d'ogni virtù priva, ma poi che in ver il monte piegò il passo e prese quel sentier ch'al ben ne invia, gli apparvi e qui il guidai de passo in passo;
e però sotto la custodia mia te osserva e il riso tuo non glie par strano, anzi ridirà teco in compagnia –. Alor il sagio, vòlto in ver il piano,
tornò a rider con riso più disciolto, tenendome però sempre per mano, cridando forte: – Oh, populazzo stolto! –.
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