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1444–1530

8

Antonio Fileremo Fregoso

– Sì come vento se converte in unda nei cavernosi luochi de la terra e vena fa che d'acqua il fiume abunda, così i suspiri che 'l mio petto serra,

tutti in lacrime amare se desfanno, qual sempre gli ochi mei versano a terra. Né tanto pianger posso l'uman danno, che 'l pianto non sia puoco, perché ognora

me invita a lacrimare un nuovo affanno. Mortal passione nel mio cuor dimora, che fuor de gli ochi mei sorgendo stilla e de pietate il viso mio scolora

pensando come vita mai tranquilla può aver ch'al passo coniugale ariva, più periglioso che Caridde o Scilla, come de dolce libertà se priva

qualunque ha al col quella aspera catena, che 'l tien ligato ad una morte viva. Oh, misero colui che moglie mena e ricca e bella e d'una nobil prole:

gran bene in vista e in l'effetto pena! Non già compagna, patrona esser vuole; l'infelice consorte ognor molesta con pompe, con suoi gesti e con parole.

Poi rare volte è bella donna onesta: pudicizia a beltà nemica è tanto, che l'una a l'altra è spesse fiate infesta; se pur de pudicizia ha il nome e il vanto

sempre è zelosa e sempre il sventurato convien sentir suspir, lamenti e pianto. Eh! eh! eh! eh! quanto ha contrario fato chi l'ha deforme, litigiosa e strana,

vedendosi un tal mostro sempre a lato. Se pur e bella e onesta e ricca e umana (il che avvien raro) la sua donna fia, sempre ha tormento quando è a lui lontana;

se gli sta apresso, la sua compagnia tanto più nuoce, quanto più glie piace: veder chi ha donna or puoi come egli stia. Chi l'ha feconda (ahimè!) non ha mai pace:

sempre ha la casa piena de tormenti e de speranza debile e fallace. Sempre nei figli son vari accidenti, infermità, perigli o rei costumi,

ch'al cuor paterno strali son pongenti. Quell'altro miser poi par se consumi per lassar di sé prole, e con fervore fa voto al ciel per questo e a' sacri numi.

Non ha nel petto suo minor dolore che quel che è patre, perché ogni mortale desia quel ch'è vetato con più ardore: pargli che 'l cielo gli protenda male

se senza stirpe al mondo star si vede, ché arbor che non fa frutto puoco vale; e quanto più ricchezza quel possede, tanto ha la mente sua più dolorosa,

poi che non può lassare un figlio erede. In questa vita mai non se riposa, quel per figlioli notte e giorni stenta, né schiva impresa, ben che perigliosa;

e chi n'è privo, men non si tormenta. Cerca pur per il mondo ogni regione: persona al fin non trovi mai contenta. E quel non ha però minor passione,

chi in libertà si trova senza moglie, chi considera ben sua condizione. Se è ricco e a' suoi servizi alcuno toglie, raro è servito con fede sincera,

ma ognuno aspira a le sue ricche spoglie: quello un gran bene in la sua morte spera, l'altro con fraude a la sua vita insidia e con lusinghe il fura mane e sera.

Se povro e solo fia, a' morti ha invidia, non trova amico e nol cognosce alcuno, come venesse alora di Numidia; abandonato è il misero da ognuno,

ché povertà schernita ognun refuta, il che gli è sempre al cuor pungente pruno. Gionge vechiezza tremula e canuta, piena de mali, mesta e sì pesante,

che quasi in sassi gli omeni trasmuta: questa è l'occaso al turbido levante di nostra vita, anzi è quello amplo seno dove se insaccan poi miserie tante.

Il stanco vechio è di dolor sì pieno, che in mille parte ha il tristo corpo infetto: pensa se il spirto aver può mai sereno. Non sta in lui l'alma con minor suspetto,

che quel che alberga in casa antiqua e guasta, qual teme ognor gli cada in capo il tetto, ché un piccol male a la sua morte basta –.

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