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1444–1530

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Antonio Fileremo Fregoso

Filelio vidi esilarar nel volto giongendo al fine de le mie parole, avend'io il suo quesito già resolto; poi se rivolse a me sì come suole

ch'al ver consente e così disse poi: – Non fu error grande ch'adorass'il sole, ch'oltra ch'ho 'nteso gli argumenti tuoi, più assai cose gli son, chi ben gli pensa,

a indurlo a quello con gli effetti suoi. Mira con quanta economia dispensa l'alma sua luce ne le stelle chiare e in tutto il mondo sua virtute immensa!

Simulacro de Dio certo me pare, specchio nel qual resplende il sommo bene, de quel primo Motor vero esemplare. Quest'almo divo in sé il sigillo tene

col qual la terra stampa, e col calore informa tutto quel ch'al mondo vene: son tutte l'arte nel suo sacro ardore, quali col caldo suo a gli animali

ispira naturalmente nel core, e son chiamati istinti naturali. Gli umani a contemplar e imparar nati, col suo divin calor fanse immortali,

e son d'ingegno alora più elevati quando se vede il ciel chiaro e sereno ch'in giorni nebulosi e perturbati; e chi potria contar sue laudi a pieno

de questo luminoso occhio del mondo, anze cor vivo del celeste seno? Non è più l'empio Marte furibondo, né i rai più de Saturno son nocivi,

quando miran l'aspetto suo giocondo. Quante piante e animai de vita privi pareno alora quand'è a noi lontano, ch'al suo ritorno poi ritornâr vivi!

E chi ben mira con l'ingegno sano, vedrà che la divina Trinitate n'esprime e ne la mostra aperto e piano: l'eterno Patre sua feconditate

ne representa, e la luce 'l Figliolo, l'ardore 'l sacro Spirto e caritate, sì che suoi rai da l'uno e l'altro polo narran la gloria de quel re del cielo,

el quale eternamente è trino e solo. Ch'adorato già fusse in Delfo e in Delo credol, ché chi non vede sua potenza, ha de ignoranza ananze a gli occhi un velo;

mostrato ha Dio in lui la sua sapienza, la comparte esso poi mirabilmente in ogni stella e in ogni intelligenza: però se 'l giovenetto fu sapiente,

celeste animo avendo, io tel confesso che 'l frutto de la pianta il sapor sente. Ma poi che l'ora è tarda, come credo, torniamo al solitario albergo omai,

al tuo bel Culturan qual vicin vedo, e ascosi da gli ardenti e solar rai, doppo la mensa con la lira al petto, canteren versi delettosi e gai:

fia questo più laudabile diletto, Fregoso mio, che questa impresa vana, e più convenïente a un spirto eletto; poi che servito un pezzo abbian Dïana,

Cerere e Bacco a sé ne chiamano ora, che compagnia me par utile e sana –. Però da quelle selve usciti fuora, fatto de li animali pïatoso,

meco parlando il mio Filelio ancora, venimmo al loco ch'è dal vulgo ascoso, ove con le sorelle Apollo impera, recetto e ospizio d'ogni virtüoso,

ove il sindico Momo se dispera per non poter entrar dentro le porte, ché nol vòl la Quïete in la sua schiera, e sta de fuora con le guance smorte

e latra e ciancia e sol sé stesso rode, solo il consuma sua infelice sorte. Ma, sacra luce mia, tue sian le lode, ché m'hai dato quest'ozio, il qual, com'io,

ogni spirto gentil spesso ancor gode. Poi ch'acceso m'ha in core 'l bel desio el tuo celeste e radïante lume, consacro a te questo libretto mio,

e prego il tuo ammirando e divin nume con ramo verde de sua amata fronde lo asperghe alquanto del pegaseo fiume, e fien sì salutifere quell'onde

scaldate da le fiamme tue divine, che rose nasceran fresche e gioconde fra queste inculte e sterile mie spine.

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