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1444–1530

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Antonio Fileremo Fregoso

Ninfe leggiadre e voi fideli amanti, ahi lasso! che crudel novella io porto! apparechiate i dolorosi pianti. Il preclaro Poeta vostro è morto,

il cui bel canto e la cui dolce lira fu di voi tutti singular conforto, ché mai se vide Amor sì rotto d'ira, che nol placasse con soi dolci accenti,

tanta ebbe in lui virtù potente e mira. Certo sono felici gli elementi che ferno il vaso di quella alma eletta, ch'or vive in ciel fra spiriti contenti,

perché ebbeno virtute in lor costretta di tal grandezza e sì soave odore che 'l mondo quasi tutto empie e diletta. Non ebbe l'età nostra mai dolore

equale a questo: veder secco il fonte donde stillava sì divin liquore. Ehimè! che duol se fa nel sacro monte! Altro che panni oscuri non se vede

e gente suspirar con bassa fronte. Amor, ch'ha cognosciuta la soa fede e quanto valse il suo leggiadro stile, ogni altro afflitto a suspirare eccede.

Quella diserta lingua era il fucile con qual quel dio gettava fra' mortali fiamma che ogni vil cor facea gentile; e chi ben mira, i versi soi son tali:

se a scriverli mancasse penna e inchiostro, Amor dar li dovrebbe il sangue e l'ali. Ornamento al suo regno e al secul nostro, che regraziare ognun de' la Natura,

ch'a' nostri tempi un tal tesoro ha mostro. Ancor serai felice, o sepultura, però che 'l morto tuo te farà viva col nome suo per fin che 'l mondo dura,

ché s'el gli avvien che alcun nel sasso scriva: - Di Serafin qui giacen le fredde ossa -, quel degno nome basta a farte diva. Né tu, Morte, voler di tal percossa

superba andare d'una tanta preda, ché nei sacri poeti non hai possa: ché ben che 'l santo Apollo ti conceda azion sopra le spoglie soe terrene,

a' privilegi soi convien tu ceda. Non basta se di quel che a te apertiene troppo insolente sei fera rapace, devoratrice d'ogni mondan bene?

Non basta se per te la lira tace, che empìa il mondo d'armonia celeste e che era degli amanti vera pace? Non basta se per te in lugubri veste

piangon le Muse l'ultima partita dil suo poeta, tutte afflitte e meste? Tu non gli pòi negar quella altra vita, anzi pur doe: ché l'una gode in terra,

l'altra nel ciel col summo bene unita. Or che hai fatto, crudele, a farli guerra? Dil suo dolce comerzio n'hai privato sol per aver di lui arida terra.

Fatto hai sì como gli avidi soldati, che per avere un vil guadagno abietto, spesso magni edifici han ruinati. Alla tua falce or più non è subietto,

e avere imperio assai meglio pure era sopra d'uno omo fra gli eletti eletto, ch'esser da ognun chiamata ingiusta e fera.

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