– Cresce il discorso de la mente e gli anni in ne l'età viril, grave e matura, e con pensieri crescono gli affanni. Sempre ha l'uom seco qualche ardente cura:
chi a una cosa e chi a un'altra se dispone, come gli dà Fortuna e sua natura. Non è esercizio senza gran passione, volgase pur a quel che più gli è grato
e sia di bassa o d'alta condizione. Qualunque sede in più eccellente stato, è come arbor s'un colle in mezzo a' venti, che più che quei da basso è travagliato;
fiere il fulgur i luochi più eminenti più spesso ch'una bassa umil casetta: così Fortuna gli uomeni eccellenti. Ognuno che d'imperio si diletta,
forza è, per stare in sedia, a molti offenda, così molte vendette sempre aspetta: costui convien che molti cuori accenda a la pernicie sua, poi dentro e fuora
a custodire e sé e il suo stato attenda. Non ha quïete in la sua mente un'ora, sempre il corrode qualche gran pensiero, come il voltor ch'a Tizio il cuor divora.
Minor reposo è nel magior impiero, ché magior cure son nel magior regno per conservarlo da ogni parte intiero. Chi a magistrati ha vòlto poi l'ingegno,
quanto ha, il misero, grave e dura impresa, perché sempre è il suo cuor d'affanni pregno: ahimè, la santa spada troppo pesa e la sacra bilancia di Iustizia,
se equale in man se die tenir suspesa. Talor questo infelice ha una amicizia, a cui giovar non può, ché, se gli giova, perde l'onore e la sua fama vizia;
l'amico, poi che ha di lui fatto prova, l'odia da morte e quella prima fede che in lui aveva è inimicizia nova. Così se da Fortuna alzare il vede,
sua ruina desia e magior squasso dà spesso poi, quanto più in alto sede. Qual Sisifo che con le spalle il sasso revolge al monte la matina e sera,
trovi costui dal suo gran peso lasso, e ben che vada con la fronte altiera, tanto mena con lui magiore affanno, quanto ha de gente seco più gran schiera,
perché par che minacci lite o danno la longa coda qual conduce dreto come a' mortali le comete fanno. Come può l'infelice star mai leto
fra tanti tribulati e non sentendo se non iurgi, lamenti e amaro fleto? Misera vita, o stato assai deflendo, ch'a molti così bello in vista pare,
quanto sei da fugir, se ben comprendo! Causa non manca mai da lacrimare a chi di caritate ha una scintilla, se 'l viver nostro vuol considerare.
Quel che par ch'abbia vita più tranquilla, uno interno dolor sempre il tormenta, cerca pur la cità, cerca la villa. Alcun gli è poi che ha la sua mente intenta
a governar famiglia e assai punture in mezzo il cuore ognor convien che senta: quanto ha più gente, più varie nature reger convengli, e ognuna ha il suo difetto
misto con mille affanni e mille cure, a cui bisogna poi che 'l suo intelletto sia guida e salutifera medela: pensa se aver può requie il tristo petto.
Non passa giorno alcun senza querela, chi una cosa e chi un'altra sempre vuole, tal che fia meglio aver bestie in tutela, ché non sentiria almen quelle parole
vilane e insulse e d'aroganza piene, quale pensarle, per suo amor, me duole. Non altramenti al miser far conviene, che quel che in alto mar sopra la nave
con gran fatica in mano il timon tiene, che tanto è intento a quella impresa grave, ch'a pena se ricorda di se stesso e d'ogni piccol caso avverso pave.
Sì che donque cognoscer puoi espresso che 'l patre di famiglia molto male continuamente ha in molti modi apresso: dormeno tutti sotto le sue ale,
lassando il peso d'ogni impresa a lui, anzi è sì come il lucido fanale, che se consuma illuminando altrui –.
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