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1444–1530

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Antonio Fileremo Fregoso

Chi me darà l'ingegno e le parole ch'io narrar possa ora il più novo caso ch'altro che mai sia visto sotto il sole, se da orïente e poi fine a l'occaso

cercassi? Chi soccorrer può a mia impresa, se non mi aiuti tu, sacro Parnaso? E però di furor celeste accesa manda Uranìa, a ciò che col suo aiuto

al fin guidi il mio tema senza offesa. Non era il Curzio a pena al fin venuto dil suo parlare, il qual tanto a noi piacque per esser novo e erudito e arguto,

che in mezzo il fonte, fuor de l'ombrose acque, una matrona a l'improviso emerse, nuda come nel giorno quando nacque; e quando a gli occhi nostri se scoperse,

qual cigno parea in l'onde, e tal chiarezza rendea ch'alcun de noi non la sofferse. Ma poi che fu la nostra luce avezza in la sua luce, con un gran diletto

stavamo a contemplar tanta bellezza. Così mirando quel divino aspetto, era sua vista sì fulgente e pura, che refletteva ognun di noi nel petto,

e l'acqua che parea prima sì oscura per l'ombra di quella arbore frondosa, limpida e chiara venne in sua natura. E poi in vista tutta vergognosa,

cominciò a dir ch'ella era e la cagione dil star nel fonte sì sumersa e ascosa, e dicea: – Non prendete ammirazione di averme qui sumersa retrovata:

Necessità m'ha indutta e non Ragione. Figlia del Tempo sono in luce nata e la mia madre Esperïenza è detta, e Verità per nome io son chiamata;

ben che dal vulgo ignaro io sia reietta, son dea immortale e un figlio generai, persecutor d'ognun de la mia setta: Odio si chiama e, se 'l trovasti mai,

scaciate questo iniusto mio inimico che a ognun chi me ama sempre noce assai. D'una femina questo è fatto amico ceca, maligna, vile, altiera e strana.

e molti più diffetti ha ch'io non dico: Ignoranza si chiama questa insana, da quale ogni mal vien infra la gente: bestia è di dentro e par di fuora umana.

E è questa scelesta sì potente che a' mei seguaci e a me sempre contrasta, e abiando ella più amici, io son perdente. A questa ceca e ignara non gli basta

di averme vinta, ché anche in piano e in monte mi segue, a ciò ch'io resti spenta e guasta; e però me summerse in questa fonte sol per fugir il suo bestial furore,

non potendo star seco a fronte a fronte. Ma dubiando ella pur dil mio valore, qui vicino piantò quello olmo ombroso. a ciò che non paresse il mio splendore,

ché alcun vedendo il loco luminoso per qualche caso non venisse ancora a trarme fuor di questo fonte ascoso; ma poi che tutti tre qui vi vidi ora

e il vostro dotto ragionar sentendo, amici ve stimai e venne fuora. E se bene il parlar vostro comprendo, saper voresti chi Fortuna sia,

e de insegnarla a voi certa mi rendo, e vi farò, piacendo, compagnia a la stanza di quella e vederete a che subietto il stato umano stia.

E quando questa cognosciuta arete, la qual sopra gli uman ha tanto impero, son certa che da poi la sprezarete: il suo sguardo crudel, fallace e altiero,

il quale ogni mortal tanto paventa, non vi parerà poi forse sì fiero –. Pien di stupore e con la vista intenta stava ognuno di noi a i dolci accenti

di quella che dal mondo è quasi spenta, e come quello ch'ha tenuto intenti gli occhi nel sole e quasi ceco resta se avvien che in altra parte mirar tenti,

avendo i lumi nostri usati in quella tanta chiarezza, ogni altra cosa gli era fuor d'ella a riguardar troppo molesta. Presa adonque costei per duce vera,

poi che d'un bianco vel fu recoperta, in ver Fortuna si aviò primera con noi, come poco anzi si era offerta.

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