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1444–1530

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Antonio Fileremo Fregoso

– Eh! eh! eh! eh! figliol, quanto vorei che le parole mie fusser mendace, ché serian manco li eiulati mei! Questa vita mortal che tanto piace,

chi cerca, da le fasce al pel canuto un'ora sola in lei non trova pace. Nel nascer prima a l'uom bisogna aiuto e, nato, gli convien tutto imparare,

eccetto il pianto ch'è con lui venuto. Quanto sta, avanti sappi ragionare? e con minor ingegno che una fera? E quanto, prima che sapere andare?

Gionto l'ingegno in quella età sincera, comencia a molestarlo il precettore con sferza e con minacce mane e sera, né mai ha quiete quel tenello core

e tanta pena in la sua mente pate, quanto un uom forte d'un dolor magiore; muta costumi e affanni in ogni etate: eccetto l'uom, senza artificio vive

ogni animal, chi 'l lassa in libertate. Chi adopera martel o lancia, o scrive, chi eserce la persona e chi l'ingegno, chi de sua libertà convien se prive.

Così peregrinamo a un altro regno per vie diverse: chi per pian o monte, chi solca il tempestuoso mar s'un legno, chi ariva prima assai che 'l sol stramonte

chi a mezzo giorno e chi su la matina, chi va più leve e chi ha sudato il fronte. Nato ch'è l'uomo, a morte sua camina, senza intervallo pur d'un sol momento,

come fiume che flue con gran rapina: ma dimme quanto al cuor gli è gran tormento cognoscer come ognor veloce vola nostra vita mortal leve qual vento.

Uscito poi de la noiosa scola, gionge la gioventù fiorita e vaga, a cui vana speranza il tempo invola. Subito questa il crudo arcier l'impiaga,

cieco fanciullo, e nondimen col strale in mezzo proprio al cuor sa far la piaga. Ahimè, ch'egli è cagion de molto male e nondimanco rar si può fugire,

noi gravi essendo e lui leger con l'ale. Quanti danni con lui suoglion venire: infamia, povertà, travagli e morte, desperazion che fa del senso uscire.

Qualunque alberga in la lasciva corte di questo iniquo e perfido tiranno, nova pena convien ch'ognor suporte: sempre è geloso, sempre è pien d'affanno,

da speranza e timor sempre agitato: per un breve piacer, che longo danno! Mai non lo trovi in un medesmo stato, non è la sera quel che fu stamane,

sì dal cieco furor è travagliato. Come sequir la fera suole il cane con le sagace nare per la traccia latrando detro a lei con voce insane,

così sequendo la legiadra faccia de la sua ninfa, l'infelice amante non fa altramenti che quel cane in caccia. Costui la stampa osserva de le piante

de lei in balli, in templi e in ogni luoco, e la sa ritrovar fra turbe tante; or piange, or canta sì ch'el divien roco: seguela e giorni e notte, a vento e piogia,

tanto può in lui l'ardor de quel gran fuoco. El misero ogni giorno fa una fogia, spendendo le sustanze e il tempo caro, tal che con povertà poi spesso alogia.

Ad uno amante poi quanto gli è amaro al desio non trovarsi equal potere, ché senza oro un perfetto amor è raro; sì che, figliolo, ormai tu puoi vedere

questa parte de vita ch'è più bella quanto condur con lei suol dispiacere, quanto il fiero Cupido la flagella, quanti tormenti e quanto ha gran fatica

qualunque a quel dio vano se ribella, ché qual menar sua vita vuol pudica, al suo apetito un fren dur gli conviene e aver commodità sempre inimica.

Non altramenti al misero interviene come a colui che sta nel giardin folto de dolci frutti, e pur da lor s'astiene. Ahimè, ché quel ardor in noi può molto,

e chi vuol contra lui far resistenza, al fin mostra nel pallido suo volto quanto ha nei petti umani Amor potenza –.

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