Aprese un'altra porta lì vicina d'un giardin vago che d'autunno è detto e fabricato par da man divina. Questo è la stanza e questo è il ver recetto
del giovenetto Bacco e di Pomona; di magio il bel principio è qui perfetto, ché se magio de fior porta corona, settembre fertil poi de frutti è pieno:
quello il principio, questo il fin ne dona; questo ha degli ebri il dolce latte in seno, vedese qui il villan scalzo e vinoso più lieto star quanto è nel vin più osceno.
Lettor, per men fastidio e mio reposo, imagina uno autunno e vedrai tutto, ché 'l longo dir talor troppo è noioso: s'io volesse narrar qui d'ogni frutto,
fastidio a te, fatica a me seria, né satisfatto al fin te arei condutto. Apresso a questo per un'altra via s'entra in un orto qual ditto è iemale,
né credo paro a questo un altro sia (qui fere sono e augei che spiegan l'ale) de edera fatto, busso e rosmarino, de cedri, aranci e lauro triunfale.
Restai (passando per il bel giardino il duca mio e io) pien di stupore come a intrare in cità fa il contadino, che per la novità distratto ha il cuore
e qual silvagio in mezo de la gente, guardando in qua e in là di sé par fuore. Tale impression me fecer ne la mente le cose singular ch'io vidi alora,
che 'l tutto ancor me pare aver presente; Zefir pittor con la gentil sua Flora e le tre Ore in questi bei verzeri son gli ortolan che dentro fan dimora.
Così giongendo ai liminar primeri del gran palagio, vidi su la porta un pien de orgoglio e de costumi feri: io suspettoso e con la facia smorta
remasi alor vedendol sì feroce, pur me accostai a la mia fida scorta, la qual me disse con summissa voce: – Intra dentro secur, non dubitare,
ch'a l'omo forte il minaciar non noce. Diogene è costui, lassal cridare, Diogene a se stesso crudo e immite, che acquista il suo cognome col latrare –.
Queste parole a pena avea finite l'angel mio santo che quel om silvagio incominciò a cridare: – Unde venite? Non entra gente in questo gran palagio
plebea e vulgar, però tornate in dreto, tornate a prender pur altro vïagio –. Respose il mio custode a lui: – Sta queto Diogene, ché 'l tuo bagliar è in vano:
nostro venire è per divin decreto –. Poi me pigliò in presenza sua per mano e disse: – Segue me senza paura, né te curar del suo parlar villano:
Diogen più d'altrui che di sé ha cura, lassal cridar, ch'el fa il suo vero offizio, ché 'l cinico il latrare ha per natura –. Così passassen dentro il santo ospizio
pieni d'un sacro orror di reverenza, pensando che qua mai non intrò vizio e ch'io era alora inanti a la presenza dei secretari de Natura gionto
e inanti al fonte de l'umana scienza. L'angel mio che di me teneva conto, che de l'ammirazion videmi vinto e immobil star come uom che sia defonto,
disse: – Non temer non, nel laberinto non sei del Minotauro, ma in un loco dove non pò star uom d'affanni cinto –. Io venni in viso alora come un foco
al son de quelle angeliche parole, con qual me spinse avanti a poco a poco, sì come spesso il precettor far suole al timido scolare e vergognoso,
ch'al patre caro apresentare il vòle: il fanciullino quanto può sta ascoso, temendo quel sever paterno sguardo, l'altro con voce e mano il fa animoso.
E così pronto me facea e gagliardo il genio mio a questa magna impresa, vedendomi restar sì vile e tardo. Poi disse: – Un'alma de virtute accesa
non de' smarrirse né temer fatica, ché 'l faticar per la virtù non pesa, né può perir chi l'ha per vera amica –.
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