Qual peregrin falcon quand'il capello gli leva il falconier, che mira il sole e se stringe in le penne e se fa bello e dimostra ch'al cielo alzar se vòle
ne i gesti suoi, sì viddi preparare il Simoneta al fin de le parole; e così entrava poi: – Chi vòl negare che civil concordanza non sia quella
che faccia le cità degne e preclare, e tanto l'una sempre l'altra eccella, quanto è musica in lei più celebrata, e ruinar qualunque gli è rebella?
Se iustamente esser de' accordata, quattro consone parti convenienti bisognan; se non, sempre è distonata: il basso sian gli artesi e inferior genti,
i mercatanti il fermo e bon tenore, l'alto i magnati e citadin potenti, e sì dolce il sovran facci 'l segnore, che non soverchi l'altre voci, e uscire
l'armonia pàra d'un sol corpo fuore. Ma se questo ordin vedi preterire, ch'essere il basso suol, l'alto far voglia, musica eletta già non pòi sentire;
e uno che 'l sovran sempre far soglia, non par che possi far tenor perfetto, però che del suo abbito se spoglia. Chi vòl componer contrapunto eletto
che la cità ne godi e stia in letizia, cominciando al magior fin a l'abietto, la prima consonanza sia iustizia, che i citadini tanto accorda insieme
quanto suol discordarli la avarizia; prudenza fra le voci alte e suppreme deve esser, ma fortezza in mezzo stia terzia con ambe, e quinta sien l'estreme
per compir la celeste sinfonia le gravi e basse voci temperanza, sì che 'l dïapasòn perfetto sia. Se la cagion che fa la discordanza
de li animi civil saper v'è grato, la crea la falsa e irregular distanza, come ambizion che l'animo elevato fa sì che 'l diapasòn d'un tono eccede,
il quale è d'otto voci fabricato: una nona vien poi, da qual procede pessima dissonanza e tanto dura, che tutta l'armonia conturba e lede;
però il compositor deve aver cura le parti tutte insieme accordar bene, in tono consonanti e in la misura. Udite, amici, quanto male avene
ai citadin che musica non hanno, quanto son sempre travagliati e in pene. D'una bona cità due triste fanno per la discordia lor, ch'ognuno attende
usare a l'altro a suo potere inganno; l'un contra l'altro l'arme in mano prende, né se recordan più sian de lei nati e quel ch'aitar la de', quel più l'offende.
O spirti senza norma e distonati, reducetivi un poco a la memoria quanto a la patria vostra sete ingrati! E quale egregia laude e che gran gloria
de voi al mondo restarà immortale, se nel suo sen l'un fratel l'altro escoria? Ma sono gran cagion de questo male la povertà schernita e la ricchezza
che accordio non san far fra loro equale: il ricco ch'esser crede in grand'altezza, per sua opulenza tiensi un semidio e 'l sfortunato povero desprezza,
quell'altro, acceso poi de mal desio, commetteria ogni scelo e grave eccesso per starli a par, però diventa rio; da sdegnoso furore è così oppresso
che come cieco dove vòle il mena, né alcun de lor cognosce al fin se stesso. Quella citate inferma e tutta piena d'animi discordati a questo modo,
come può aver temperie mai serena? E io che queste cose e vedo e odo, dal distonato vulgo io me alontano e l'armonia con pochi o solo io godo.
Donque giongendo l'una a l'altra mano, rengrazio il ciel che musica in noi sento la qual non può gustar omo profano: e ora ha fatto qui dolce concento,
a cui, come vedete, ognuno applaude, e ne fu prima causa e movimento il rosignol, e sua sia 'ncor la laude –.
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