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1444–1530

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Antonio Fileremo Fregoso

Con la mia guida ragionava ancora, quando arrivamo in cima al colle santo dove tanto saper uman dimora: quivi ogni vil pensier posto da canto,

solo intento era a contemplar quel sito, qual per la rarità me piacque tanto; quivi sedea un palagio sì munito de così belle e sì mirabil mura,

quanto mai abi letto, visto o audito. Non credo più eccellente architettura sia sotto il ciel, né mi par maraviglia che qua stan quei che del sapere han cura:

tutto di pietra lucida e vermiglia qual rubin fiammegiante era murato, convenïente albergo a tal famiglia. Questo è quel sasso tanto desïato

da l'avaro alchimista e, come ho inteso, visto da pochi, e pur d'assai cercato; questo è quel sasso qual ha tanto acceso col suo splendor alcuni avari ingegni

che per averlo quasi il tutto han speso: spirti inquïeti sono e tutti indegni esser del filosofico collegio, poi che avarizia sol par che glie insegni.

Da poi ch'io vidi l'edificio egregio, tanto me parve magno e eccellente, ch'ogni ben poi mondano ebbi in despregio. Lettor, io non son già tanto eloquente

ch'io sapessi ben dir quanto era bello, ché tanto alto non va la mortal mente; pur te dirò del magno e bel castello alcuna parte e come gli è costrutto,

che mai non se ne vide un paro a quello. Da bei giardini circondato tutto è intorno intorno e pien de varie piante, le qual producon d'ogni spezie frutto:

a la porta che mira in ver levante s'apre un giardino ditto primavera, qual se sforzò Natura far prestante: quivi son vaghi fior d'ogni mainera,

che fanno un magio dilettoso e ameno e qui cantano augei matina e sera. Qui l'aer ride, qui ride il terreno, tener son l'erbe e tenere le fronde:

de puerizia tutto il loco è pieno; rossegian le cerese qui ioconde e l'arminiaca con dorate vesti la mandola nel nociol suo nasconde;

qui d'ogni fogia frutti trovaresti, dico de quei che primavera porta, ch'al maturar son più de gli altri presti. Con suave susurro l'ape acorta

qui il dolce mel da' fiori va cogliendo, fidele e riverente a la sua scorta. Contiguo a quello un'altra porta aprendo, s'entra in un bel vergero, il quale è detto

il giardin de la estate, assai stupendo. Questo non è più largo né più stretto del primo, ma d'una simetria equale, pur più fruttifer parme e più perfetto:

quivi il pero giaciol maturo e frale casca da gli alti rami e l'ortolano per coglier frutti in pronto ha già le scale; qui il fallace melon talora vano

dentro e poi fuor è sì liggiadro in vista ch'al compratore inganna naso e mano; e l'uva che dal mese il nome acquista sopra la topia maturar si vede

e con le fronde al sol par che resista; qui il persico sul suo storto arbor sede, superbo sol de sua beltate e odore, e il brugno ch'a l'infermo se concede;

qui la cicada sotto il gran calore nel fastidioso strido se nutrica; qui muta il rosignol voce e colore, qui vederai la provida formica,

sollicita ad impire il suo granaro, robar al contadin la sua fatica. E per farte, lettor degno, ben chiaro, usan questi giardini in sua stagione:

non s'apre quel de estate di genaro, ogni cosa con ordin se dispone, né s'apre quel d'autunno mai d'aprile: il tutto è usato in sua proporzïone.

Questo è quel più ligiadro e più gentile loco ch'io mai vedessi, e giurarei non aver paro da Etiopia a Tyle. Diresti certo quivi abitan dei,

o ver che Pallas per diporto e spasso fatto se l'abia d'abitar per lei, da prender qui restauro ogni cor lasso.

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