Fatto silenzio la sua sacra bocca, per man mi prese e m'introdusse seco nel più secreto de l'angusta rocca, ch'era nel sasso un piccolletto speco,
dove l'assidue lacrime spargeva quel venerando e sapïente greco. Qui d'ogni disciplina libri aveva, umidi e guasti dal continuo pianto
che fuor de gli occhi tristi gli pioveva. Ivi era ancora pur ne l'antro santo s'una marmorea lastra un teschio umano e una sedia poi a canto a canto;
e qui, sempre tenendomi per mano, menommi e a Dianeo revolto disse: – Sedian qui un puoco e non vi paia strano –. E tenendo sue luce in le mie fisse,
incominciava: – Forsi un atto altiero ti parve perché presto io non te aprisse; non s'entra, figliol mio, sì de legero in questo piccol mondo mio, del quale
io mi contento qual del tutto intiero, perché dove è men turba è manco male. Son vari i volti, come veder dèi, e l'opinione varie e inequale:
a vita solitaria io non me dei per aver poi comerzio de la gente che augumentasse li singulti mei. Non è più pena a una purgata mente
che la conversazïon d'un rude ingegno per la proporzïone inconveniente; e per darte di ciò più aperto segno, se due cìtare senti discordante,
noce a le orecchie e par noci anche al legno, ché la bona, che bona parea avante, quando ambe sonan, non te par più dessa, e nondimeno in sé fia pur prestante.
Ma poi che la venuta t'è concessa nel parvo ospizio, creder degio certo che 'l ciel nol facia senza causa espressa: però con paternal amor te ho aperto
e la causa del pianto sentirai ch'io spando sempre in questo mio deserto. Il dì che a lacrimare io cominciai, se celebravan gli olimpiaci giochi
dove per sorte mia me ritrovai: da certi palchi e eminenti luochi li innumerabil populi mirava che morte forsi in breve ha fatto puochi,
e con la mente mia così parlava: – O stato uman che sei qual fumo al vento, quanto la tua infelicità me aggrava! La turba qual fa qui sì gran convento,
cui numer quasi lo amplo luoco eccede, tutta può estinguer morte in un momento. E qual è chi gli pensa e chi sel crede? Questo animal sol nato a contemplare,
ha sempre morte a' fianchi e non la vede –. Carità alor me strinse a lacrimare, vedendo nostra fragil condizione qual debil barca in tempestuoso mare.
Fra tante innumerabile persone, sì gli eccellenti spirti erano rari, che duol ne presi a un tratto e ammirazione. Ma più se fecer mei suspiri amari,
ahimè, ch'io dubitai che la Natura gli altri animali avesse assai più cari, ché non nasce sì abietta creatura, che non glie insegni questa matre immensa
reger sua vita con mirabil cura: ma a l'uomo non, ché rare volte pensa che ragion sia so natural istinto e il più del tempo in mal oprar despensa.
Se bene in forma umana è fuor depinto, spesso è poi dentro bestia sì nociva, che non fu pegior quella in laberinto: non credo più malvagia fera viva
che l'uomo bestïale e senza freno, ch'abbia la mente sua de virtù priva. Però con tal pensier dolente in seno in questo solitario luoco ascesi
de caritate e de suspiri pieno, e per compagno questo teschio io presi, che reducesse a la memoria mia il viver vero e i giorni mei mal spesi.
Questo mi fa cognoscer quel ch'io sia: tacendo, meco parla alcuna fiata e dice: – Mira al fin che di te fia; mira il principio e de che fu creata
tua forma e quanto è tua speranza vana, sopra cose mortal siando fondata –, e piango seco la miseria umana –.
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