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1444–1530

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Antonio Fileremo Fregoso

Sì come can che assalta sul sentiero il stanco peregrino a l'improviso nel primo assalto impetüoso e fiero, e se poi trova che glie mostri il viso,

retorna voluntieri in sua magione, l'altro revolge la paura in riso, così da noi se partì poi Timone senza farne più motto o impedimento,

inteso quello angelico sermone. Io, che già descaciato avea il spavento e de saper chi egli era avea desio e la cagion di questo movimento,

me volsi e dimandai al duca mio chi fusse e come in lui era nasciuta questa ria voglia fuor d'ogni atto pio. E ello a me: – Colei che i stati muta

a voi mortali e instabil fa ogni cosa e spesso i boni scacia e ' tristi aiuta, che calva è dreto e in fronte capillosa, a lui fu prima placida e cortese,

ma scortese a la fin troppo e retrosa. Patrizio era costui atenïese, splendido, liberal, pronto a servire gli amici, per li quali il tutto spese;

vedendose per questo impoverire, chiedea da loro poi tal volta aiuto ch'al caso suo volesser suvvenire, ma al fin trovava ognuno sordo e muto

a' preghi suoi, non ne facendo stima come se mai l'avesser più veduto; questo al cor fugli sì mordace lima che le precordie sue sì glie destrusse

ch'el cangiò tutto da quel ch'era prima: carità in lui estinse e poi glie indusse un odio inestinguibil dentro il petto, qual credo del suo esilio cagion fusse;

venegli ogni mortal tanto in despetto che 'l nome d'uomo sol glie facea orrore, più in odio avendo chi gli fu più accetto. Cridava spesso: – O animal pegiore

e più crudel che alcuna fera in bosco, quanto ben ti starebbe in fronte il core! La tua perfidia ch'or tardi cognosco in el tuo volto cognosciuto arei

e il mel che in bocca avevi e in seno il tosco. Gli animal tutti quanto son più rei, almeno in selve solitarie stanno, ma tu pegior sempre presente sei.

Da qual bestia crudel vien magior danno che da l'un uomo a l'altro? e da qual fonte sorge nel mondo più travagli e affanno? Tu le fere persegui in piano e in monte

e ne le selve, e i pesci in gli alti mari, e ne l'aer a gli augei ancor fai onte; tu con pensieri tuoi ardenti e avari, a le crude rapine sempre desti,

l'umana prole insidi e a' tuoi più cari, e giorni e notte sempre altrui molesti; e per aver d'alcun la ricca spoglia, non solamente un uom, Dio tradiresti.

Mai non è sazia la tua ingorda voglia: tua vita è d'altri morte; o sanguinoso qual lupo che sue fauce in sangue moglia, e poi credi, bestial presuntüoso,

ch'al tuo servizio il tutto sia creato e per salute tua e per tuo riposo. Duolmi assai d'esser de tua spezie nato, ché de lo ingegno forsi serei privo,

il qual per magior male al fine è dato, per far che mentre al mondo l'uom sta vivo sempre sia afflitto da un dolor interno qual sia pensando e al tempo fugitivo;

il tuo consorzio mai state né verno, né in alcuno altro tempo avere intendo: tuo nemico esser voglio in sempiterno e in te il mio iusto sdegno andrà crescendo,

de giorno in giorno tua perfidia estrema per esperienza crescer cognoscendo –. Sempre fu de Timon poi questo il tema, odiare e lacerare ogni mortale:

pargli che col mal dire il suo mal scema –. E io a lui: – Donque condutto a tale l'ha sua bontate il povero infelice? Ben tolerar se può ch'el dica male,

ch'al giocator che perde par che lice il biastemar, se non chi sta a vedere, che spesso gli ha robati i dinar dice. Difficil cosa è perdere e tacere,

sì che non è miracol che costui sia fuor di sé né voglia alcun vedere, ché molto importa dir chi son, chi fui –.

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