– Posto fine al parlar quel spirto eletto, nel qual sforzato s'era al suo potere la genesi provar del giovenetto, un altro che teneva altro parere,
negava poter essere creato alcun senza venerëo piacere, e dicea: – Pria che sia 'l fanciul firmato, che per sé possa senz'alcun rettore,
esser conviengli un anno in luce stato, se non che seria infetto dal fetore de le sue sordi, ché infra quell'etate de mutar loco ancor non ha vigore:
sì che tanto error vano non crediate, che sia da terra come fongo uscito, però che questo la ragion non pate. Convien esser d'alcun nato e nutrito
i'nell'infanzia sua, tenetel certo, e portato d'altrove in questo lito. Se nel nostro idïoma fusse esperto, da lui la veritate intenderesti,
sì come esposto fu in questo deserto; e se creato come pria dicesti fosse da' febei rai, degli altri ancora, credo, trovato in l'isoletta aresti:
quel medesimo Apollo ch'era alora e Terra ancor gli sono, e la Natura continuamente, al mio parer, lavora; che non produca umana creatura
per longo secol già s'è visto e vede e vederasse, si in eterno dura, ma secondo la nostra santa fede, creato è l'om da Dio con gran sapienza
e non a caso com'alcuno crede. Se vera fusse l'impia tua sentenza, seguitarebbe questo inconveniente: da' bruti e noi non esser differenza –.
E egli a lui: – La nostra gran parente el nome de gran matre universale per questo vendicosse da la gente, che generato aveva ogni animale
prima nell'alveo suo, e fu chiamata antiqua genitrice a ogni mortale; ma se de produr omini è cessata, non ha bisogno più, ché chiaro appare
quanto ogni prole è in lei multiplicata –. E stando in questo dotto argumentare, un vecchio s'una piccola barchetta viden ver lor venir per l'alto mare,
e dismontato a la bell'isoletta, la verità fu poi da quello intesa e in tutto l'opinion prima reietta. Così posero fine a lor contesa
a la gionta de questa navicella, udendo 'l ver de la crudel impresa. Così disse il vechion: – Una sorella d'un magno re non già molto lontano,
ch'era già stata a maraviglia bella, aveva consumato il tempo in vano e quasi anichilata la bellezza in casa del superbo suo germano,
qual non trovando equale a loro altezza, mai con marito colligar la vòlse per non descender a sì vil bassezza, ond'ella gli occhi e 'l cor a un gioven volse,
leggiadro e molto bello, e questo solo del suo fervente amor il frutto colse. Gravida deventata d'un figliolo, in breve tempo me scoperse il tutto,
pria che de parturir sentisse duolo. Venuto in luce l'infelice frutto, a me conscio, temendo ambi la morte, el consegnorno con secreto lutto.
Io servo, che 'l suo onor sempre amai forte, occultamente asceso in un burchiello, me drizzai dove volse la sua sorte, e capitato in questo loco bello,
sul lito il posi in piccol'arca chiuso, perché pasto non fusse a fiera o augello, e de dolore e de pietà confuso, in poter de Fortuna lo lasciai,
per obedir a chi obedir era uso. Per non sentire gli ultimi suoi guai, indi partimmi, e poi lontano alquanto, lacrimoso a vederlo me voltai:
viddi una cerva al suo vagito e pianto ivi esser corsa e l'arca piccolina mugiando con piei batter d'ogni canto; vedendo quella fiera a lui vicina,
per non veder il fin del tristo gioco, l'accomandai a la bontà divina, partendo me dal miserabil loco –.
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