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1444–1530

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Antonio Fileremo Fregoso

Con dotto ragionar pien di conforto cominciò, poi ch'io tacqui, il Simoneta meco a dolerse dil mio grave torto; come persona poi sagia e discreta

con sue parole accorte e argumenti si sforzava di far mia mente lieta, e disse a me: – Ricordati che i venti in vil piscina mai non fan procelle,

ma forte in alto mar soffiar li senti e spingon l'onde al centro, ora a le stelle: così Fortuna non mortali abietti travaglia, ma chi gli altri umani eccelle.

Contrasta questa a' glorïosi petti che ardiscon contra lei di far diffesa e non a' soi mancipi e soi subietti; e quanto fatto n'abbia grave offesa

io so che l'hai, Fregoso, in la memoria e in quanto furor ver noi fu accesa. Dil magno Cecco quanto era la gloria, qual fu mio zio, senza in dir mi affanni

a tutta Europa credo sia notoria, e quanta fede fine a gli ultimi anni fu nel suo santo petto a ognuno è chiaro, ché fede causò in lui tutti i suoi danni;

perché fu fra gli umani rari raro di probità e prudenza, a la Fortuna parve espugnarlo un fàcino preclaro, e pose ogni sua forza, l'importuna,

contra di lui, credendo far di certo più degna impresa sotto de la luna. E però ciascadun veder può aperto che Fortuna secundo il suo volere

gli umani tratta e non secondo il merto, unde che molti han detto al suo parere che sol felice dir si può chi nasce con bono influsso de le eterne sfere,

e di nebbia e di vento al fin si pasce ch'altra Fortuna crede, e il bene e il male dal cielo è datto a noi fin ne le fasce. Dicono alcun che da Virtù immortale

Fortuna molte volte è superata, che per se stessa al ciel s'alza con l'ale; pur se vede Virtute infortunata, tal che convegli alora al suo dispetto

iacer sotto Fortuna conculcata; e in molti già visto si è l'effetto, che fin che piacque a lei furno estimati prudenti e con angelico intelletto,

irata poi con lor, son ruinati; e visto ho rudi e vili in un momento esser da questa a dignità esaltati. Nel mar di nostra vita turbulento

chi in porto intrar desia de' ben mondani, convien le vele impir dil suo bon vento. Nostri desegni contra lei son vani, dicono questi, perché tien la briglia

di nostra vita sola infra le mani, però chi contra lei la pugna piglia, quasi sempre la perde, e se gli avviene che vinca, scrival pur per maraviglia –.

E io a lui: – Oh, quanto si conviene meco il tuo dir, né m'era cosa nova: veramente è così chi pensa bene, ché certo nostro uman pregar non giova:

quel ch'esser debbe al fin convien che sia, né credo che dil ciel l'ordin se mova –. E el respose a me: – Questa è eresia se 'l credi senza alcuna eccezïone

e alcun libero arbitrio non saria; ma adesso dir ti voglio l'opinione ch'io tengo nel mio petto e chiara farte la mia sentenza con sotil ragione;

e se mio ragionar dal ver si parte, il Curzïo secondo il suo giudizio iudichi poi e dica la sua parte, ché d'un fidel amico è il vero offizio

aiutar l'altro; e ragionando insieme, chi sia Fortuna trovaremo indizio. Perché detto hai che 'l core assai ti preme il non saper chi sia quel chi ti offende,

non arai forse poi doglie sì estreme, ché chi la causa dil suo mal intende, proveder gli può assai più facilmente che quando la cagion non si comprende.

Farò sì come il fisico prudente, che 'l caso prima qual medicar vuole intitula, se alcun doler si sente: e ora così qui con mie parole,

con il sacro aiutorio di Parnaso, per sanarte dil mal che sì ti duole, intitularmi sforzarò il tuo caso –.

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