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1444–1530

3

Antonio Fileremo Fregoso

Con viso tal, come colui ch'ha preso medicina non grata e con il fronte mostra e con gesti che il palato è offeso, io stava apresso a quello amaro fonte,

domandando a Dianeo se l'onda strana sorgeva fuor di vena di quel monte. E ello a me: – La mirabil fontana esce d'un sasso dove il saggio mesto

continuo piange la miseria umana, sì ch'io mi credo che 'l sapor molesto da le lacrime sia sul sasso sparte, che fanno il fonte al gusto tanto infesto.

E meco ora verai in quella parte, dove con l'occhio vederai tu stesso quel che col mio parlar non so mostrarte –. Così se mosse e io sequiva apresso

per intrar sotto quel lugubre tetto, se espedito l'intrar ne fia concesso. Picchiando donque il piccollino uscetto, mostrossi a una finestra il gran sapiente

con barba bianca fine a megio il petto. Pallide avea le gote e macilente, concavi gli ochi e rossi e grave sguardo, da fare ognun chi 'l mira reverente.

E disse a noi con un parlar suo tardo: – Chi ve suspinse qua? chi sete voi? Omeni me parete, se ben guardo, o ver pur sete simulacri suoi? –.

E quando il suo parlar ebbe finito, tirosse dentro e più non disse poi. Remasi alora tutto sbigottito, la speranza perdendo de l'intrare,

quando el scuro parlare ebbi sentito. Iuro, lettor, ch'io non sapea che fare: o lì fermarmi o ver tornar indrieto, sì me turbò quel duro favellare;

ma quel mio caro condutter discreto il cuor m'aquïetò con sue parole, che de confusïone era repleto. Stava sì come alcuna volta suole

chi repulsa ha da qualche degno luoco e de tal atto se vergogna e duole, che in viso deven rosso come un fuoco, guardando intorno se l'ha visto alcuno

che 'l stimi per tal scorno esser da puoco. Ben che non fusse alor meco veruno salvo Dianeo mio, la sua presenza stimai come me avesse visto ognuno.

Ma poi cognobbi che convien pazienza chi condur vòle al fine un'alta impresa, né aver tanto timor d'erubescenza. E stando a l'uscio con la mente accesa,

col desio dentro e con il corpo fuora, sperando pur intrar senza contesa, mossese la mia cara guida alora sì come leve augel levato a volo

e intrò per la fenestra aperta ancora. Restato io donque in tal maniera solo, con la mente confusa più che mai, stillando fuor de gli ochi il novo duolo,

sopra d'un vivo sasso io me assetai pensoso e di tal caso il fin spettando, qual molto miglior fu ch'io non pensai. E ecco Dïaneo tornar calando

chiuso ne l'ale come suol falcone al falconero il lodolo rotando, e disse a me con umile sermone: – Scaccia il cordoglio e segue me securo

e de lo intrar a tuo piacer dispone: Eraclito vedrai dal parlar scuro, qual pareratte ancor soave molto, se l'estimasti alor scabroso e duro –.

Come chi in gran pensier è stato involto, e uscirne con onor trova la via, e mostra la letizia sua nel volto, tal mi voltai in ver la scorta mia,

regraziandola assai di cuor sincero del bon soccorso e fida compagnia. Così passassen dentro il luoco austero pieni d'un certo filïal timore,

giongendo avanti a un uom tanto severo. Acorgendose lui del mio colore, – Scaccia –, disse, – il rispetto e la paura, ché non son convenienti a un liber cuore.

De vani onori mai non ebbi cura, piango la servitute e gli altri mali ch'io vegio in nostra misera natura: pietate e non già sdegno ho de' mortali,

e certamente quasi, figlio, credo non aver l'uomo al cuor più acuti strali, che i gran rispetti che nel mondo vedo –.

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