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1444–1530

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Antonio Fileremo Fregoso

– Per far che sii del stato mio più certo e più che non domandi satisfarte, ché spontaneo servizio ha magior merto, voglio che sappi ancor da me in qual parte

io nato sia e, senza me se sali questo alto colle, in vano affaticarte. Le mente de voi miseri mortali sono le stanze dove io fui creato

e dove prese forma e le grande ali; de queste sacre penne io fui dotato non per servir al vulgo ignaro e basso, ma ad ogni spirto degno e elevato;

però se ascender vuoi su l'alto sasso, non anderai per questo alpestre calle, ch'a piè montando, remaresti lasso, ma nave ti farò de le mie spalle

e l'ale mie seran securi remi per navigar fuor di questa ampla valle; e porterotti ai luochi più supremi di questo arduo colle in un momento,

né de periglio alcun convien che temi –. Cessando alora in me tutto il spavento, fermai la mente mia, come se vede fermar le foglie quando cessa il vento.

Così di lui pigliando vera fede, securo ascesi sopra le sue rene, ché a noia m'era già l'andare a piede. Poi che le membra mie grave e terrene

io vidi alzare subito tanto alto, de le mie brazze al col glie fei catene e, dubiando cader sul duro smalto, glie disse: – Icaro già per troppo alzarse

dié nome al mar col ruinoso salto –. Quando ei sentì mio detto e abraciarse, disse: – Non dubitar, ché le mie penne non fian dal sole liquefatte e arse.

Se Icaro la via sua troppo alto tenne, io non eccederò l'eccelso monte e a noi non avverrà ch'a lui avvenne. Qui Eraclito vedrai con mesta fronte,

qui vederai le lacrime pietose che inanti a' piedi suoi gli fanno un fonte –. Così il timor in tutto al fin depose e tal piacer prendea per l'aere errando,

ch'io smenticava tutte le altre cose. Dimme, lettor, se t'aricordi quando Ogniro vien da' populi cimeri, per quella porta eburnea passando

con le gran squadre de' suoi somnî neri, e pare a te volar con gran diletto, e questi somnî giuraresti veri: tal piacer prendeva io nel mio concetto,

fin che Dianeo mi pose in su la cima di quello arduo monte al ciel eretto. Era quel luoco ove me fermai prima un piano intorno al piccolletto ostello

in la parte del monte più sublima, per arte non, ma per natura bello, con vista sì espedita e tanto grata, che mai per contemplar fu paro a quello.

Del tugurietto ne la prima intrata, sopra de l'arco de l'angusta porta, era una pietra a littere intagliata, e dimandai a la mia fida scorta

de la scrittura mi facesse chiaro, che 'l tempo quasi avea corrosa e morta. Qual non mi fu de la risposta avaro e disse a me: – Secondo il mio iudizio,

epitafio fu questo a un uom preclaro; guasto l'han gli anni e solo un breve inizio se lege, né però per quello ancora se può ben del suo nome aver indizio.

Il saggio che qua dentro fa dimora, per memoria a chi 'l vede qui già il pose, ché morte i nomi e i sassi ancor divora –. Poi che Dianeo a me così rispose,

satisfatto e pensoso alor restai come chi sente triste e vere cose; e così stando, a destra mi voltai e vide un rivo che di casa usciva

di colui che suol pianger nostri guai: chiara era l'acqua, tremolante e viva, per le pietre stillando tanto bella, che il sguardo non offeso al fondo giva.

Essendo io donque aprossimato a quella, a bever me chinai del bel liquore facendo de la mano mia scutella, ma tanto amar mi parve il suo sapore

e differente il gusto sì a la vista, che, contentato l'ochio del colore, restò del gusto la mia bocca trista.

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