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1444–1530

17

Antonio Fileremo Fregoso

Qual altra metamorfose fu mai magior di questa, e chi me crederia, quantonque in dir me affaticasse assai? Se non ch'io so sarà diffesa mia

chi 'l vidde e iudizio ha di me più intiero. Io tacerei però che par bugia: donque dirol, se ben paresse il vero fizion, ch'alcuno avea capo asinino,

alcuno di leon superbo e fiero, chi di lupo rapace e chi porcino, chi d'orso alpestro e qual di volpe astuta, e qual representava un babüino;

più strana cosa non fu mai veduta, e come un rospo alcun tanto gonfio era, che la sua forma propria avea perduta. Una matrona molto in viso austera

guidava questo mostrüoso coro come chi armenti guida a qualche fera, e talor percoteva alcun di loro con un duro flagello così forte,

che mugiar il facea come fa il toro, e lo scacciava for de l'alte porte, facendol ruinar con tal furore, che a miseria cadeva in grembo o a morte.

Così ciascun di noi pien di stupore mirava questa nova mutazione sì intento che di sé pareva fuore; e però tutto pien di ammirazione

pregava nostra diva il Simonetta lo fesse chiar chi fusser tal persone. Unde ella respondea benigna e lietta: – Questi in la eccelsa rocca sono intrati

perché piacque a Fortuna mal discretta, non per soi merti, e songli alcuni ingrati, quali presumen troppo de se stessi, mostrando gli abbia il valor suo esaltati;

non altra aita e i blandimenti spessi da quella auti più non hanno in mente, né creden mai potere esser depressi. E per mostrar quanto ella sia potente,

in custodia gli ha dati a la sorella Nemesis ch'è inimica a ogni insolente: se alcun d'essi a Fortuna se ribella e per superbia più de nïun cura,

questa il castiga e questa lo flagella. Qual fuora è il volto, dentro han tal natura: chi è indiscreto, superbo e chi rapace; simigliano i costumi a lor figura:

quello nel fango di spurcizie giace, l'altro come orso sempre sta in la tana ch'odia l'aspetto uman, l'altro è fallace, quello altro è leve e ha la mente vana

e, se 'l favor non fusse di Fortuna, saria tenuto qual persona insana; e l'altro ha dentro il petto una lacuna d'un venen d'ambizion che molta sete

d'onor gli crea nel cor troppo importuna, e però così gonfio lo vedete questo ambizioso tanto sitibondo, che giorno e notte mai non ha quïete

e ruina rotando in fine al fondo più veloce ch'alcun da l'alta rocca, per esser questo molto grave e tondo. Però mirate qual furor li tocca,

quanto è vano il desio di questi insani, quanto è sua impresa faticosa e sciocca. Vedete come voi miseri umani tratta questa fallace e si trastulla

trasformandovi in questi mostri strani, e sono i beni soi sì come è bulla la qual può disturbar un picciol vento, e chi gli abracia, al fin poi stringe nulla.

Mirate a che ogni uman serve sì intento: di fango sono i don che dona questa e ancor perder se puono in un momento; e se alcun pur ne la sua forma resta,

né se trasmuti dentro il gran pallaggio per essere persona lui modesta, non cessa già però de fargli oltraggio e a suo piacer lo esalta e lo deprime,

né gli ha rispetto, sia prudente o saggio. Ma quel che ascende qui a le nostre cime vive secur né di Fortuna pave, anzi sempre è più chiaro e più sublime,

né par l'ascender s– fatica grave, ché affaticar per me certo non pesa e ogni amaro faccio esser suave; qualonque ha dil mio amor l'anima accesa,

vive sempre più lucida e immortale la fiamma e glie fa lume in ogni impresa e l'alza in fine al cielo in vece de ale –.

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