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1444–1530

15

Antonio Fileremo Fregoso

Solo e pensoso e pien di maraviglia, col cuor suspeso poi ch'io stetti alquanto, come chi fra se stesso se consiglia, io puose fine al suspirare e al pianto

e caminando gionse in tempo breve al dolce albergo desïato tanto. E come doppo longa pioggia o neve, quando il ciel se aserena, ogni vivente

restauro da i solar raggi riceve, così da la virtù del gran sapiente, doppo la pioggia del suo pianto amaro, se impì de pace la mia afflitta mente.

Con l'animo così sereno e chiaro, cognobbi ogni opra vana in nostra vita, se non il spender bene il tempo caro; cognobbi che l'aver beltà infinita,

divizïe, fortezza e eloquenza, tutte son strali in l'ultima partita. Pur ch'abbi da nutrirti a sufficienza nei tuoi bisogni, a che tanti ornamenti?

A che d'argento aver tanta affluenza? Questi son tutti quanti impedimenti a la quïete, e nebuloso fanno l'animo, come il ciel fan spesso i venti.

Alcuni che mei versi legeranno, diran: – Fregoso, fai come coloro che 'l digiun laudan poi che cenato hanno. Tu laudi povertà, tu danni l'oro,

che se bisogno avesti alcuna volta, l'oro voresti e non il sacro aloro –. E io rispondo a quella turba stolta che meglio è l'alma aver de virtù piena,

che aver d'argento ben la borsa folta: quel gravi al centro, e l'altro al ciel ne mena. Ma, candido lettor, non dissi mai che povertà non fusse amara pena:

io dico ben che quel divizie ha assai, chi può sua vita sustentare in pace senza cercar ricchezza in tanti guai. E con virtute un fin cercar mi piace

di speme pien, laudabile e quïeto, né Fortuna sequir ceca e fallace. Ora ti prego, o mio lettor discreto, se avvien che trovi ne' mei versi errore,

non far come d'alcuni è il consueto, che col biasmo d'altrui cercano onore: o prava gente cruda e irrazionale, pietà dovresti avere e non livore.

L'intento mio non l'ha causato male, io non son Dio, el qual mai non può errare, ma nato son di terra uomo mortale. Mira el muto: perché non sa parlare,

se sforza con la mano e con suoi gesti i suoi concetti manifesti fare; però se ancor li mei, qual credo onesti, cerco d'esprimer come il ciel me ispira,

non biasmar, ma correger li dovresti. Ognun non ha la mantüana lira, ognuno esser non puote il sacro Dante, ognun le fere ad ascoltar non tira:

vari frutti producon varie piante e così l'opre il nostro ingegno umano: qual bassa, qual mediocre, qual prestante. Non far come cicogna, invido e insano,

in verde prato pien de vaghi fiori, che i bei fior lassa per un cibo strano. Non te pascer sol de gli altrui errori, piglia de l'opre ancor le parte belle,

gustale e rende a ognun debiti onori. Io già pregai le sacre tue sorelle, o Febo, che a la pallida Pirene stanno d'intorno come chiare stelle,

che con un puoco di quel sal d'Atene condissen questa dolce mia fatica, con quella quantità ch'al stil conviene. Se fatto l'han, lettor, non so s'io el dica,

basta che forse anch'io ghirlanda aspetto, se non di eterno lauro, almen de ortica. Con la mia penna gloria non affetto, poi che Eraclito mio non ne tien cura:

sol scrisse per esprimer mio concetto. Io risi e piansi, come la natura insegna per istinto a noi mortali secondo nostra sorte, or dolce, or dura;

non che mei versi mai credesse tali, ch'avesser tanto temerario ardire che per volar del nido alzaser l'ali ma poi ch'al ciel piaciuto è farli uscire

del dolce albergo, io prego, lettor degno, li vogli almen con carità fruire: sol basta a me che tu non gli abbi a sdegno.

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