Non senti' mai nel cuor tanta dolcezza, né mai tanta quïete ebbi in la mente, né ne l'animo mai magior fortezza quanto glie infuse alor il gran sapiente,
né mai del petto mio uscirno fuora, tanto fu il suo parlar in me potente; né mai per fin che gionga l'ultima ora, me scorderò quel riso e le parole,
cui dolce tuon nel cuor me sona ancora. E come frutto acerbo cangiar suole noiosa asprezza in un sapor suave, per la virtute che gl'informa il sole,
così per quel parlar sublime e grave se maturò il mio cuor dentro il mio petto, cangiando in dolce le sue voglie prave: così me penetror ne lo intelletto
i raggi de la sua virtù preclara, come nel frutto fa il solare aspetto. Fu la mia mente sempre da poi chiara, né mai temei più de Fortuna scorno,
ché ben felice è quel che sempre impara. Finito aveva Febo alora il giorno recogliendo suoi raggi in ver l'occaso, quando a la stanza mia feci ritorno;
e l'angel che era meco ivi rimaso, invisibil se fece a gli ochi mei, ben che sia sempre meco in ogni caso. E ringraziato voluntier l'arei
de la sua dolce e fida compagnia, ma non piacendo a lui, far nol potei; pur sempre scolpita ebbe in fantasia l'imagine sua poscia, e starà credo
per fin che l'alma nel mio corpo stia. Sempre con gli ochi de la mente io vedo l'angelica sua luce a me sì grata, causa del vero ben quale io possedo:
e come cosa forte imaginata, dovunque io vo, me par d'averlo apresso e, assente, seco parlo alcuna fiata. Sempre d'alora in qua vissi a me stesso
pensando sopra quel severo riso, che i'megio il core ancora io porto impresso; e parmi sempre, ovunque giri el viso, che rider senta, e odir parme e vedere
quelle parole e il venerando viso. Ancor col mio Democrito ho piacere, andando per Milan tal volta a spasso, ben che forza me sia da puoi tacere,
ché tanti pazzi d'alto stato e basso vedo, ch'io rido e dico: – O saggio mio, che me piacesti sì sul santo sasso, se tu vedesti quel ch'ora ved'io,
tuo riso al par di questo seria nulla, ché 'l mondo mai non fu sì vano e rio –. Così la mente mia seco trastulla, ridendo de costor che son sì accesi
a seguir sogni, vento, nebia e bulla; e sol da questi insani son represi, anzi stimano pazzi color tutti ch'hanno in seguir virtù suoi giorni spesi.
Ma vederemmo poi chi miglior frutti al fin recoglierà del sparso seme, quando a l'ultimo giorno fien condutti. Sapiate o cechi, che Virtù non teme
Morte o Fortuna, anzi più chiaro luce quando alcuna di lor la scaccia o preme: però questa elegete vostra duce, ché, morti e vivi, ognor vi farà lume
e suoi sequaci al summo ben conduce. Questa a volar al ciel vi darà piume e fama in terra, ché, con lei vivendo, vostra vita ornerà de bon costume.
Se qualche spirto degno, eletto, incendo a la virtute, il mio libretto assai m'ha satisfatto e grazie a Febo io rendo; s'altro premio da lui spettasse mai,
Democrito ridrebbe se 'l sapesse, ch'a fin de premio alcun nol cominciai. Ma s'alcuno altro gli è a chi non piacesse, nol tocchi: se non è cibo per lui,
sua colpa non fia poi se gli offendesse, ché veramente è ben pazzo colui il qual prende vivanda a sé nociva; se a lui non piace, piacerà ad altrui.
Chi è quel che libro tanto tristo scriva, che non abia chi 'l lega? e perché degio temere de lasciar quest'opra viva? Se fra' nostri poeti io non ho il pregio,
questo me basta assai, che dir ben vòlsi e vive chi de me scrisse assai pegio: secur per questo in man la penna tolsi.
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