Quale architetto di tanto alto ingegno fia mai che possa a l'eccellente rocca formar con la sua mano equal desegno? Come moverò penna o aprirò bocca
a esprimer gli ornamenti in queste carte, de' quali in fine al ciel la fama tocca? Se quella che i terreni ben comparte fondatrice ne fu, ben si convene
che sia del mondo la più ricca parte, però s'alcuno temeraria tiene l'impresa mia, ad essermi condutto quella descriver forse non sconviene.
Dico che di crisolito è costrutto il bel castello, e in otto anguli un tondo forma il gran muro che 'l circonda tutto. Quel nobil sasso in vista sì iocondo,
de fino e lucente oro ha il suo colore, quale a sé tira quasi tutto il mondo; congionti ove son gli anguli di fuore, colonne di diamante son fondate
che adequan con sua altezza il mur maggiore; di gelido cristallo fabricate, sopra ognuna di quelle son logette con vari intagli e con grande arte ornate.
Oh, quanto alora la mia mente stette (riguardando tale opra) ammirativa, per veder gli occhi mei cose sì elette! Così di' mei compagni ognun stupiva
di la materia e rara architettura e di quella arbor che 'l castel copriva. I merli intorno a le fulgente mura eran d'una legiadra e nova foggia
di pietra che somiglia fiamma pura, sopra quali, fra l'una e l'altra loggia, copriano il corridor lame d'argento, facendo tetto dove l'om si appoggia.
Dentro il regal e illustre alogiamento gli era una piazza amplissima, che avea di brunito alabastro il pavimento, e così come in essa si vedea
per esser noi in loco più eminente, un portico rotondo la cingea e le colonne d'un zafìr splendente, di colore dil ciel quando è sereno,
gli archi regean di l'atrïo patente. Di vaghezza era e legiadria sì pieno e de diverse gemme tanto adorno, ch'ogni lingua a narrarlo veria meno,
e sopra l'architravolo d'intorno un frigio de robin tutto il legava, sì chiari che di notte facean giorno; poi l'eccellenza dei camin mostrava
qual esser dovean dentro le gran sale e il fumo che di quei fuora esalava, però che a noi rendeva uno odor tale, come se dice in Cipro de gli altari
sacrificando a Citerea immortale, sì che, candidi mei lettori e cari, le gran delizie immaginate voi e i lochi dentro e gli apparati rari,
però che certo in quel né pria né poi intrassemo, né intrar cercassem mai, ma dal monte il vedeva ognun di noi. Quatro gran porte avea magior assai
che arco trionfal che in Roma fu né sia, se ben con l'occhio alor le misurai; ogni arco una gran torre sostenia di calcedonio fatte a tal mainera
d'anguli, come il mur qual dissi pria, e sopra ognuna d'esse un collosso era mirabilmente d'oro fabricato, posto in la cima in vece d'una sfera;
un prospetto sotto essi molto grato s'apriva, da rotondi colonelli di vibrante berillo circondato, d'orïental granata i capitelli
son e le basse e tutto il parapetto: Vitruvio mai non desegnò i più belli; alta è la torre da l'argenteo tetto che copre i merli e il corridor da basso
quanto è una fiata l'edifficio netto; d'una simmetria poste col compasso ne l'otto facce di la torre magna stanno figure di prezioso sasso:
ciascuna in la fatica par compagna, che par che reggon quelle logge chiare qual signoreggian tutta la campagna. Ma che in scriver mi voglio affaticare?
Biasmar non sapria Momo in parte alcuna il gran pallagio eccelso e singulare: basta dica che è regia di Fortuna.
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