Seguiva il suo parlar il sagio acorto dicendo a me: – Figliol, voglio che impari cosa ch'a la tua mente fia conforto, e lasserai la via de questi ignari
ch'hanno posto nel fango ogni lor cura, tenendo i ben mondani troppo cari. Farai come il pittor che una figura vòl giudicar, che se delonga alquanto
da lei e poi con l'ochio la misura: così descosto la reguarda tanto, che d'ogni poco error sa dar iudizio, il che non sapea far standoli a canto.
Però così facendo, ogni suo vizio de questa gente ridirai poi meco, de ogni pazzia e suo vano esercizio. So che dirai ch'ognun de questi è ceco
a non cognoscer qual sia il proprio bene, che l'om de' amar e sempre portar seco. Quando ne la terrena spoglia vene nostra alma, alora è immaculata e netta;
del vaso ov'è poi chiusa l'odor tene, resta da poi contaminata e infetta dal gran fetor de l'opere sceleste, quando il corpo de vizio se diletta;
e quando pone giù la mortal veste, convien se purghi avanti che ritorni sì come prima eterea e celeste, unde bisogna poi ch'ella sogiorni
a purgar quelle machie in acqua o in foco, e pianga altrove i suoi mal spesi giorni. Seguela il desiderio in ogni loco, l'ardente voglia ch'ebbe in questa vita,
che la tormenta e mai la lascia un poco, sì che la sua felicità è impedita con queste cure vane e ben mortali de questa gente pazza ch'è infinita.
Però se questi cognoscessen quali son soi ben propi e non de la Fortuna, tanti appetiti cessarian bestiali, e tal che solamente oro raduna,
che metterebbe in sen più bel tesoro né temerebbe poi de sorte alcuna. Ma ridon questi il triunfale aloro, il sacro Apollo e le sorelle sante:
io, come vedi, poi rido di loro; ché l'uom tanto è de gli altri più prestante, quanto ha più de lo etereo chiaro e puro: crasso e terreno è sempre l'ignorante
e ha sempre lo spirto denso e oscuro, fisso nel mondan luto, e è il suo cuore impïo, senza caritate e duro, e non sa ch'ogni ben qual è esteriore
de l'alma, nostro ben non se può dire, ma de Fortuna, e manca poi in poche ore. O turba vana, donque a che seguire quel che vostro non è con tanta sete
e non saper il proprio ben fruire? E s'el avvien da poi ch'alcun perdete de quei ben che Fortuna v'ha prestato, quali esser vostri propri ve credete,
voi biastemate vostra stella e il fato, né moderate con ragion voi stessi perché retuor vel può chi ve l'ha dato. Se cognoscesti chi ve gli ha concessi
tal beni, cessarian tanti lamenti, quando Fortuna poi ve priva d'essi. Però non sete mai fuor de' tormenti e il cuor ferito avete in ogni parte
e mille vermi rodon vostre menti. Quel se lamenta che va mal sua arte, quel piange il figliol morto e quel se duole che l'ha destrutto l'impeto di Marte;
quell'altro contra il ciel dice parole piene de sdegno perché sua ricchezza manca, e se struge come neve al sole; quell'altro, perché ha perso sua bellezza,
biasma Natura con sua lingua effrena: più assai glie toglierà il tempo e vechiezza; e quel perché non ha la stalla piena de ligiadri corsier come soleva,
in el cuor porta intollerabil pena; quel che la bella dama possedeva, poi che n'è privo, tanta doglia porta che dubioso è che morte non receva;
e quel che già con così longa scorta de sattelliti andava, or va deserto, dolente, e mille oltraggi ancor suporta. E però figliol mio tu vedi aperto
che l'ignoranza è del suo duol cagione e ch'ogni ben de la Fortuna è incerto, e chi troppo ama quel, sempre ha passione –.
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