Poi che la sacra e relucente diva ne ebbe introdutto nel suo car recetto, cui forma arò nel cor mentre ch'io viva, in un bel loco de espedito aspetto,
che signoreggia il gran paese intorno, intrar ne fece pieni de diletto, e era il sole alzato a mezzo giorno, tal che veder poteasi chiaramente
un vicin monte in vista tutto adorno qual parea a riguardar tanto eccellente, che obietto a gli occhi nostri mai sì grato non ebbe alcun de noi, né sì fulgente;
e fu da la bellezza sua tirato il desio nostro tutto in quella parte, ché da quel lume l'occhio era ingannato. Un gran pallaggio di materia e arte
maraviglioso sopra quel sedea, come io vi esprimerò qua in queste carte; e cognoscendo quella immortal dea noi già invaghiti di quel bel colore,
dil nostro inganno tacita ridea, e poi sogionse: – Oh, longo e grave errore dil mondo ceco! come ognun di voi veder potrà, non passeran molte ore.
Quanti son che consuman gli anni soi per ascendere il monte che vedete, e ch'hanno fatto quando s– son poi? Molti di' mei che furno ove voi sete,
poi ch'ebber visto di Fortuna il gioco, la desprezzorno per aver quïete. Da questo mio così eminente loco, Epitteto, uno de i più cari mei,
vide il bel monte e al fin lo stimò poco: stropiato e servo e oppresso da colei che tanto è invisa a ognun, Povertà detta, nondimeno stimosi caro a i dei
e visse lieto in la mia dotta setta, né l'offese dil corpo machia alcuna, l'anima avendo immaculata e netta. E a ciò vediate come la Fortuna
trastulla di voi miseri mortali e quanto sia fallace e importuna, darovi poi doi mei lucidi ochiali, ché ingannati non restan gli occhi vostri
da gli ornamenti soi sì vani e frali. Così mirando quelli eccelsi chiostri sopra del monte, vederete chiaro sì come il falso per il ver vi mostri –.
Così tutti tre noi a paro a paro, intenti stando a l'edifficio grande che a gli occhi umani par tanto preclaro, vedemmo una arbor che i bei rami spande
sopra il castel piantata ne la corte, che frondi de smeraldo avea ammirande. Perché il muro intorno è molto alto e forte dil magno albergo, a la predetta pianta
solo se gli può andar per quatro porte, e sono i pomi di bellezza tanta di l'arbore superba e tale in vista, come quei che restâr ferno Atalanta.
A questa la mortal gente egra e trista per coglierne con tanto desio viene che par che in quelli ogni suo ben consista, e nondimeno assai più gravi pene
che voluttà nei frutti dolci e amari certo si trovan, chi 'l considra bene. A piè dil tronco di quei rami cari per il suo ricco peso, un vecchio siede
ceco e inculto come i vecchi avari, e se a la fama di costui si crede, de le divizie dio ciascuno il chiama: l'arbore bella questo sol possede,
questo è quel Pluto quale ognun tanto ama, ognun l'ammira, ognuno il serve e adora, ognuno il cerca, ognun il segue e brama. Quando d'alcun Fortuna se inamora,
a questo oppulentissimo il conduce, qual come piace a lei suo amante onora, e perché Pluto è privo de la luce, de i vaghi pomi a ognun quanto ella vòle
gli dona, ché lei sola è la sua duce; e molte e molte volte menar suole avanti a quella gente vile e grossa che a pena quasi sa formar parole,
ma per natura sì la vista ingrossa questo pregiato frutto a chi ne prende, che cognoscer e scerner par non possa; tanto el suo gran splendor gli umani offende
che spesso caden poi per qualche caso qual ceco che la via non comprende, non vedendosi un dito avanti al naso.
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