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1444–1530

12

Antonio Fileremo Fregoso

Sì come piogia ne la primavera sopra il sterile campo se diffonde e fa fiorir dove arido prima era, e per la gran virtù de le fresche onde

l'erbe che pria parean consunte e arse tutte verde ritornano e ioconde, così per quelle lacrime qual sparse sopra l'umana prole il saggio santo,

l'animo mio fiorir subito parse. Alor la voluttà posi da canto che sola in stato possedea il mio petto, intrandoli ragion col dolce pianto:

e così penetrôn nel mio intelletto e in me sì la speranza reverdiva ch'io me mutai ne l'opre e ne lo aspetto. Cognobbi quanto a noi era nociva

colei la qual col dolce suo veneno con piacer breve d'uno eterno priva. D'una amara dolcezza tutto pieno, me ingenochiai denanti al gran sapiente,

poi che vedeva il giorno venir meno. E cominciai: – O medico eccellente de l'alma umana, io te ringraziarei, se la mia lingua fusse sufficiente;

e perché so che farlo io nol potrei, meglio è tacer, perché con mie parole a farte onor qual merti io mancarei. Ma io farò come l'araldo suole,

a cui d'alcun signor veste è donata, che a ognun la mostra, e porta, osserva e cole: così quella dottrina che m'hai data, a mio potere a ognun fia manifesta

e da me sempre al mondo celebrata; e se mai tanta grazia il ciel mi presta, ch'io sapia con mia lingua ringraziarte, a farlo sempre fia espedita e presta.

E ben che il corpo mio da te se parte, né io possa più fruir de tua presenza, l'amor mio teco resta in questa parte. Però umilmente prego tua eccellenza,

poi che a l'occaso ormai declina il sole, al mio albergo tornar me dia licenza –. E ello a me: – Se queste mie parole e le lacrime mie te son piaciute,

io te ringrazio e il ciel, che così vuole che in sterile terren non sian cadute, ch'io spero ancor che in te faran tal frutto, che fian per molti tempi cognosciute.

E se a noia ad alcun pur fia il mio lutto, io so che fian de quelli a cui Fortuna al mondo il suo favor donato ha in tutto, perché se trova rar persona alcuna

che sia felice e con pensier canuti, anzi lor mente è di pensier digiuna. E se l'avvien che 'l tempo poi si muti, l'amaro al par del dolce sì gli offende,

che in ogni puoco avverso son perduti. Alor che 'l pianto mio da lor s'intende, alor, figliol, dirai la ragion mia e alora el biasmo qual me dan riprende:

digli che fanno come ne la via il cieco suole, el qual senza bastone camina e al fin non sa dove egli sia. Chi peregrina senza la ragione

pel camin breve de la nostra vita, si trova pieno poi di confusione. E digli ancor che Eraclito gli invita sue lacrime seguir, che fian la traccia

per ritrovar la strada ch'è smarrita –. E io a lui: – Se ancor vuoi ch'altro faccia, comandami e serai da me obedito, ch'io desio sempre far quel che a te piaccia –.

Così me licenziò; così partito ch'io fui da lui, alor Dianeo mio caro guidarmi al pian pigliò nuovo partito. Vedesti mai, o mio lettor preclaro,

se avvien che 'l verno Monsenise cali giù per la neve il rozo montanaro, come nel scender par gli nascan l'ali strasinando su rami el peregrino,

che pigri al par de lor serebben strali? Tal Dianeo pel rapido camino giù me menava, e in men che non balena me puose in piano a l'ombra d'un gran pino.

Così col cuor pien d'amorosa pena per la partita da quel santo luoco, da gli ochi mei sorgeva larga vena, e con le luce rosse come un fuoco,

sedendo sotto l'arbor magno e adorno, pregai Dianeo me ascoltasse un puoco, perché gran pezzo ancor parea di giorno.

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