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1444–1530

12

Antonio Fileremo Fregoso

Summerso i' stava in un pensier profondo, pensando sopra il riso del sapiente che ride le pazzie de questo mondo, e diceva così ne la mia mente:

– Qual donque fia che viva mai sì retto, che de lui non glie sia da rider niente? –. Ma quel uomo divin fra gli altri eletto guardommi in volto un poco e poi me disse,

come se avesse inteso il mio concetto: – Cognosco, figliol mio, che te stupisse ch'io rida sì d'ognun come visto hai e che il mio riso ormai non se finisse,

ma certo io non dovrei cessar già mai dal rider, ché la causa anche è infinita per la qual questo riso io cominciai, tante son le stoltizie in questa vita,

con tante nove e varie complessione, ch'ognuna d'esse al riso ognor me invita. Forte quello se tien come un Milone e va superbo de la sua fortezza:

ah! ah! più de lui forte è un leone; quell'altro tiensi altier de sua destrezza, ma più la scuril simia de lui vale ne la sua agilitate e legerezza;

quell'altro crede a correr metter l'ale, però s'estima, e più di lui veloce è il lepre, vile e timido animale; quell'altro ha più piacer quanto più atroce

è reputato, e certo il bestial crede che 'l tigre assai di lui sia men feroce; e quell'altro da poi perché possede gran parte de la terra, ha nel cervello

a par de i dei poter locar sua sede, né cognosce l'ignaro che un augello gode del mondo più che lui non poco e senza cura in libertate è quello,

e cangia a suo piacer regione e loco e passa al clima quale è a lui più grato e quel longo camino estima un gioco; quell'altro pazzo egregiamente armato

superbo è de quell'arme ultra misura con l'arco in mano e la faretra a lato: ah! ah! ah! ah! la liberal Natura più assai saette a l'istrice spinoso

donate ha meglio fatte e con più cura, e il gambaro in la sua corazza ascoso armato è molto più con diligenza da lei ancora, e in quella ha il suo reposo;

e poi quell'altro, pazzo de eccelenza, sì ben vestito e tante foge intorno, che vòl che ognun gli facia reverenza; non de costumi, ma de veste adorno,

se tene un Febo, né mai altro pensa se non farse polito notte e giorno: ma non cognosce sua stultizia immensa, ché mille augei de lui son più galanti;

simplice in vano il tempo suo dispensa, ché Natura gli ha ornati tutti quanti, summa magistra d'ogni cosa in terra, a la qual l'arte mai non passa avanti;

quell'altro al ciel crede poter far guerra per esser de divizie tutto pieno e per tanto oro che in le casse serra: più n'ha di te la terra chiuso in seno

e nondimanco ognuno la calpesta: non è qual tu superba, o stulto osceno. Tu vai sdegnoso con levata testa, lei liberal il tutto a ciascun dona

e la terrena veste a tutti presta. Questo fa la mia bocca al riso prona, ch'io vedo in le pazzie ogni mortale aver sepulto il spirto e la persona.

Non ve accorgete voi ch'ogni animale eccede sempre l'omo in qualche parte, eccetto solo in quella ch'è immortale? Perché non cultivate con ogni arte

quel donque, insani, il quale è in noi migliore e che da i brutti in tutto ne diparte? Se l'infermo talor sente un dolore, il corpo con remedi ognun glie aita,

l'animo non, che forsi ha mal magiore. E chi non ridiria di questa vita? Ah! ah! ah! ah! figliol, non star suspeso, ché la turba dei stulti el'è infinita –.

Alor diss'io: – Questo è dal ciel disceso per chiara norma de l'umana prole! –. Lettor, se 'l creder mio non è represo, n'esprimer saperei con mie parole

de questa anima degna e sì perfetta quanto per lei la mente e il cuor me dole, poi che non è de la cristiana setta.

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