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1444–1530

11

Antonio Fileremo Fregoso

Come cribro fra l'una e l'altra mano, percosso ora da questa or quella banda fin che dentro gli resta mondo il grano, tal fece con la nova sua dimanda

il Curzio, poi che tacque il Simonetta con quella duce nostra veneranda, che a pena era la pura donna quetta, ch'ei disse: – Di saper il gran desio

mi fa parer persona sì indiscretta, ma tollerabil certo è l'error mio, da poi che da laudabil voglia e onesta a stimolarti induto or qui sono io.

Però per esser tu saggia e modesta, mia sacra scorta, sono assecurato a farti questa nova mia rechiesta: saper, madonna, mi sarebbe grato

qual causa mova questo uman iudizio, perché mosso mi par da stella o fato; e se da quelle cause prende inizio, donque esse cause fanno la Fortuna

e induceno ciascuno al suo esercizio –. – Se sopra a quel ch'è sotto de la luna –, respose, – hanno le stelle sol potere, come in l'alma aver pon possanza alcuna?

Corruttibile il tutto pòi vedere, ma l'alma incorruttibile e immortale: creata è donque sopra queste sfere, ne può da lor recever bene o male,

e ha ciò che gli piace a iudicare libero arbitrio in l'alma ogni mortale. O amico, se vorai considerare, che l'umano iudizïo proceda

da questo arbitrio non puotrai negare, però che aperto credo che ognun vede che questa nostra umana volontate i'ne l'arbitrio de ciascuno seda,

ché non arebbe il mondo potestate le cose odiose ad una umana mente al suo dispetto fargliele esser grate –. Tacito sempre le mie luci intente

nel viso di la donna avea tenuto, come colui che grato parlar sente, e veramente alora arei creduto, tal ragionare sempre mai udendo,

non mi essere noioso il restar muto, e dissi: – Chiaramente ora comprendo per prova manifesta qual diletto prendesser Pitagorici tacendo.

Compreso ho chiaramente anche in effetto che se il libero arbitrïo con noi non fusse, parrebbe in Dio diffetto, però che questo seguirebbe poi:

che ne gli umani in van saria ragione e sarebbero pari a loro i boi; i vizi e le virtute in le persone sarebben senza differenza eguali,

se astretti fusser da costellazione; remunerare i bon, punire i mali, il premio o pena poi seria iniustizia, necessitati essendo noi mortali;

superbia, crudeltate e avarizia non sarebbon difetti, né virtuti fede, speranza, carità e iustizia –. – Di bei ragionamenti dotti e arguti

di la cecca Fortuna siamo ormai –, disse la nostra guida, – al fin venuti, e già del sole gli infiammati rai per la sera vicina più remissi,

nel caminar noceran meno assai; e però andiamo, e al loco qual vi dissi condur vi voglio, dove vederete a che gli umani stian sì intenti e fissi.

E da me così andando intendarete, amici mei, per quali vie se vada a quella che adorar da ognun vedete, e il camin pigliaremo per la strada

che a voi più piacerà, poi che discesi saremo il cole. Or s– non stian più a bada –. Così levati in piè, noi tutti accesi de visitare il desïato loco,

non da la sua beltà come altri presi, ma solamente per veder un poco come trionfi de la gente umana e come facia de' mortali un gioco,

e per cognoscer poi quanto sia insana la plebe ignara a seguitar costei, mutabil tanto essendo e tanto vana, e quanto è pazzo chi se fidi in lei,

come per prova ognor se vede chiaro, e come opprima i boni e esalti i rei, e come nel suo dolce ha sempre amaro.

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