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1444–1530

11

Antonio Fileremo Fregoso

Con piacer grande e pien di maraviglia nel viso de quel sagio io stava intento, quando cridando disse: – Alza le ciglia, ché ben sarebbe fuor de sentimento

chi non ridesse de sì gran pazzia, come tu vederai se stai attento –. Ecco venir alor per una via gente con lumi in mano in longa schiera,

cantando una sua strana melodia; e un cataletto poi dreto a quelli era, dove un uman cadavero iaceva portato con gran pianti e molta cera.

Ridendo alor Democrito diceva: – Fatiglie lume a ciò che non cadesse o qualche gran percossa non receva. Ah! ah! qual è colui che non ridesse?

Chi piange qua, chi canta: o sciocca gente, chi è quel che tanta varietà intendesse? Se pur con l'opre sue questo è eccellente, a che pianti, a che lumi e pompe vane?

Ben fia l'anima sua per sé lucente. Oh, quante inane son le glorie umane! Queste vostre marmoree sepulture son stanze al fin de vermi e bestie strane:

a che tanti trofei, tante pitture, per ornar tal cadaver che vivendo fu forsi pien de vizi e de bruture? Pochi animali sono che morendo

abiano il corpo suo più vile e osceno che quel de l'omo né che sia più orrendo, però, pazzi, scondetelo nel seno a nostra antiqua matre, né più bello

coperchio se può aver che 'l ciel sereno. Natura a noi nostro terreno ostello nudo cel dette e senza pompa alcuna, e però nudo a lei tornàngli quello.

Ah! ah! alcun non è sotto la luna che sempre una pazzia non abia seco, e sagio è quello il qual no'n'ha più d'una. Però de questo mondo io rido meco,

ché chi resguarda tutta nostra vita e che non rida, certo è pazzo o ceco. Quello se tien per la sua età fiorita superbo e vano come fa il pavone

e stima aver in lui beltà infinita; quell'altro poi il reputa un garzone e de lui ride e tiense assai più accorto, ch'ognun di sé sempre ha bona opinione:

e così questo mondo è proprio un orto de fiori, qual tutti hanno il suo odore, del qual ne prende ognun qualche conforto, anzi ben spesso pur mortal dolore:

sopra tutti che vive con suspetto, che non è, credo, servitù magiore: come è un signor con tante cure in petto, che d'ognun teme e, signoria cercando,

se trova più de gli altri esser subietto. E come credi alor ch'io rida, quando il vedo circundar da la milizia de' suoi soldati come un uom nefando,

che par voglian menarlo a la iustizia, tanti ne ha intorno? e lui superbo e altiero, gonfio non di saper, ma de stultizia, sta, per farse onorar, con viso austero,

e forse teme più quel ch'ha più presso, ben che nel volto voglia parer fero, a pena che se fidi de se stesso, sì ch'io credo che un uom d'un umil stato

fra sé medesmo se desidri spesso. De tanti adulator ch'ha sempre a lato, forse più parte lo vorria vedere destrutto e in mille pezzi lacerato.

Or pensa, figliol mio, che gran piacere e qual vita quïeta aver può questo, temendo morte fin sopra il tagliere. E qual dolore a l'uomo è più molesto,

trovarse servo chi esser signor crede? Chi nol comprende è stulto manifesto. Che giova star ne la superba sede, rocche fondar e eccellente mura,

fragile essendo l'uom come se vede? A che, pazzi, cercar con tanta cura pompe, regni, tesori, umane glorie, se morte e il tempo edace il tutto fura?

De quanti son disperse le memorie, ch'ebbeno monarchia de molti regni e tante innumerabile vittorie! Mira che han fatto al fin quei sciocchi ingegni:

un grave e longo affanno han sempre auto chiuso nel cuore pien de van disegni e, come vedi, il tempo hanno perduto –.

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