Io tenea per pietate il volto basso, odendo il pianto de quel gran sapiente, ch'arebbe intenerito un duro sasso. E turbato così me avea la mente,
ch'io desïava alora infra me stesso da quel luoco esser diece miglia assente, ché per quel pianto suo cognobbi espresso nostra miseria, la qual m'era ignota
per fine alora ch'io parlai con esso. Viveva inanti con la mente vota di tal passione, e una incurabil doglia l'animo nuoce men quanto è men nota.
Così cangiato donque aspetto e voglia, pensava tristo sopra nostra vita frale e caduca come secca foglia: da tanto mal vedendola impedita,
m'era il viver alor quasi molesto e pensava di far indi partita. Ma il saggio con aspetto manco mesto, poi che cognobbe in me tanta tristezza,
a confortarmi fu prudente e presto, e cominciò: – Figliol, chi troppo aprezza questa vita mortal, ha veder corto, né meno è cieco quel chi la disprezza,
ché a Dio farebbe e a la Natura torto di qui partirsi senza lor volere, in quel fondando tutto il suo conforto; ché 'l servo debbe aver sempre in piacere
quel che piace al signor, però cercare non debbe alcun la morte né temere, ma vorebbe ciascun considerare a che fin qui nel mondo fu creato
e i ricchi don del ciel mal non usare. Se 'l mondo de gli uman fusse privato, quale altro animale è ch'abbia iudizio de cognoscere il ben che 'l ciel gli ha dato?
Quale altro scerne la virtù dal vizio, eccetto l'uom? Dunque egli è creatura eletta sola a così magno offizio, nata a contemplar l'opre di Natura
e a cognoscer come il gran Rettore governa il mondo con mirabil cura. Vedese il sole col suo gran splendore illuminar la terra e l'auree stelle
e il tutto nascer per il suo calore, e tante varie cose e tante belle, che Dio ne mostra sol per farne fede de la potenza sua, mirando in quelle.
Se l'uom per vero effetto questo vede, perché non usa donque de l'ingegno a questo fin pel qual Dio gliel concede? Da qui il mio pianto nasce e il pio sdegno:
che i cieli con le sue bellezze eterne narran la gloria del celeste regno, e raro ochio mortal questo discerne, ma fonda sua speranza in ben terreni
e le cose del ciel non cura e sperne, anzi da la virtù son sì alïeni gli umani spesso che tu iuraresti de spiriti bestial tutti esser pieni.
Quello uno asino par in ne' suoi gesti, inetto, duro e senza discrezione, e un atto in lui moral non trovaresti; quell'altro altiero va come un leone,
iracondo, leger, bizarro e forte e periglioso a star fra le persone, e è bestia furiosa di tal sorte, ch'ognuno fuge la sua compagnia
e praticarlo è un praticar con morte; quell'altro è poi una fallace arpia che aspetto ha umano e molto grato viso, il busto è fera venenosa e ria:
perfido è questo e con un finto riso cerca ingannarte e, poi che arà il suo intento, di te non cura se ben fusti occiso. Ahi, mostro orrendo, al mondo è gran portento
portar l'umanità solo nel volto, il resto bestia piena di spavento! Quell'altro poi, qual sta nel bosco folto come lupo rapace e sanguinoso,
ch'al peregrin la robba e vita ha tolto, non è costui uno animal rabioso, carnifice crudele e irrazionale e in una umana veste un lupo ascoso?
Ahimè, figliol, ché quasi ogni mortale vedo portar rechiuso dentro il petto il spirito d'alcun bruto animale, quale impedisse tanto l'intelletto,
che, ben che sia ragion suo vero istinto, più non ha luoco nel suo rio concetto, l'animo ha tanto da tal furia vinto –.
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