– Ah! ah! ah! ah! figliol, ché non domandi de quel che ven con tante bestie intorno, che de questi pazzi è fra i più notandi? Questo per monti e piani notte e giorno
seguendo va la lepre paurosa con can latranti e con sonante corno; qual furïoso, il miser mai non posa e credo certo che dormendo ancora
glie parà di cercar la fera ascosa; questo se sveglia in l'aparer l'aurora sollicito più assai a questa impresa, che l'omo che per gran prezio lavora:
non glie agrava fatica, non la spesa, non intrar in pericol de la vita, tanto ha di tal pazzia la mente accesa. Non estremo calor mai questo invita
a riposar ne la stagione estiva, né Cibele de neve revestita, anzi alor quando il chiaro sol deriva inverso Capricorno e se alontana
da noi, che alor del suo calor ne priva e che più fredda soffia tramontana, tanto più il pazzo il vederai fervente fra brine e venti a questa impresa vana.
Poco da i cani suoi è differente nel viver suo bestial nel sangue involto, chi a tutte l'opre sue pone ben mente. Mira, ti priego, là quell'altro stolto
che ha tanta servitù con quello augello, ch'a lui pria ch'a la quaglia ha il cervel tolto: non faria più carezze a un suo fratello infermo gravemente presso al fine,
che facia al sparaver quel pazzarello. Giorni e notte costui, sere e matine sempre l'ha in pugno, e s'avvien pur che il lassa, per sequirlo intrerebbe in mille spine;
suo medico è costui, questo l'ingrassa, questo il fa macro e il purga con gran cura e così in vano i giorni suoi trapassa. E questo affanno tutto l'anno dura
per aver poi duo mesi de piacere, anzi stentar con vita strana e dura. Alza la vista, se tu vòi vedere un'altra turba più bestiale assai,
che par ch'abbia la vita in dispiacere; e insieme con costor tu vederai tanti istrumenti bellici e mortali, ch'io so che più di me tu ridirai
de questi cieci miseri animali, che cercano de morte foge nove, come se per morir mancassen mali. Oh, plebe! oh, vulgo ignaro! E chi te move,
cupidità de regni e de tesori, far contra la tua spezie sì aspre prove? Vostra vita vendete a gran signori per prezio vile, o pazzi da catena,
quali se fan repar de' vostri cori; vivon trionfanti de la vostra pena, regni acquistando con la vostra morte e il nome vostro se recorda a pena.
Ah! ah! forza è ch'io rida ognor più forte, vedendo il mondo sì de pazzi pieno. Eccone là le squadre e le coorte vedi coperto là tutto il terreno
d'armati e gente a pede e a cavallo, che par vogliano al ciel ponere il freno. Un capitano a questo mortal ballo qual pecore al macel li mena tutti
per forza de quel pallido metallo; e se per caso fussero destrutti, abiando oro e argento, in un istante per un ne averà cento in l'arte istrutti;
poi se Fortuna pure il fa trionfante, de quel tutto è l'onor, de questi il danno e raro han premio de fatiche tante; e spesso forsi un perfido tiranno,
destruttor de la patria, crudo e avaro, tengano col suo sangue sparso in scanno. Ben è quel mercadante al tutto ignaro, qual una merce a sé nociva tanto
compra per premio sì prezioso e caro: però questi han de gli altri pazzi il vanto, ché compron cosa con la sua persona, ch'è estremo danno a loro e ad altri pianto.
Oh, gran pazzia de le pazzie corona: amar altrui per odïar se stesso! Qual furor, stulti, a far questo ve sprona? O sciocchi, sempre morte aveti apresso,
però ve sa trovar quando gli pare e al piacer vostro v'è il morir concesso, senza con tante pene lei cercare –.
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