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1384–1448

XII

Antonio di Meglio

Poi che lieta Fortuna e 'l ciel favente, l'eterno Iddio benigno e grazioso tanto a quest'alma patria esser si vede, genuflesso, le man, gli occhi e la mente,

o popul fiorentin sì glorïoso, liev'alto a Quello ond'ogni ben procede, e delle grazie che lui ti concede lodal per sempre, ringrazia e adora,

col core il nome suo grolificando, te sempre dimostrando grata de' benifici c'hai da lui, veggendo il sormontar che fai ognora;

ch'ognindì più rinfiora tuo gran potenza dominando altrui. E se ben guardi cui, stupefatto vedrai che tanto bene

non senza grazia e divin don ti viene. O cittadin, di cotal madre figli, ch'esser si vede a tutto 'l mondo specchio, il mio fedel parlar, per dio, gustate,

degno ricordo al cansarvi e perigli. Veduto che a' mie dì, ché non son vecchio, centuplicar v'ho visti in degnitate, guardando a' luoghi e le terre acquistate

in questo tempo, i' penso qual cagione al domin vostro soggiacer le face, o per guerre o per pace. Sopra venuto chiaramente veggio,

nato dal proprio amor, divisïone, che, per ambizione di soprastare, a molti ha tolto il seggio, del ben cadendo al peggio.

E quinci son le disvïate gregge sommesse a chi più può o che me' regge. S'i' dico il vero, il testimoni Arezzo, le cui tante discordie sotto il giogo

vostro condussor, benché dolce e leve stato li sia, ch'or gli è lenato il vezzo ch'avea d'andare a sacco ognindì in luogo, collo spander di sangue assai più greve.

Quivi apresso è Cortona, ch'a dir breve Luigi il Gobbo da Casal ne diede usando nel suo sangue tal magagna, parte della Romagna

con gli Ubertini e così Lunigiana. Solo per questo Pisa si possiede, che si comprende e vede quanto già glorïosa fu in Toscana

suo potenza lontana; non pure intorno a sé sai quanto valse: donna e regina fu dell'onde salse. Po' ne' mie dì, per division far segno,

de' Gambacorti, Agnel, d'Appian, del Duca dove condotti son dir non bisogna; ma lasciàn de' tu' acquisti ognun sì degno, se fai che 'n te giustizia sempre luca.

E pel contrario l'altrui gran vergogna trattian. Di', non vid'io, tu 'l sai, Bologna quattro volte in un dì voltare stato, senza che prima e poi molte fïate

mutar suo facultate ora in questo or in quel? L'han soggiogata con numero infinito smozzicato. Questo avien che 'l privato

forza contra ragion prende, o gli è data da questo annicchilata ogni qualunque patria più potente. E guai a chi del mal tardi si pente!

Quanti regni, province, luoghi e terre venuti sono all'ultimo esterminio non per altra cagion che per discordia, cui non poté mai forze d'altrui guerre

abbatter lor governo e lor dominio, mentre ch'al comun ben fùr di concordia. Di qui, per grazia e per misericordia di voi medesmi, allegasi e ricordi

dell'alta Roma in che grandezza venne, mentre caro si tenne ne' suoi liber buon figli il ben comune e non qual del privato poi s'ingordi.

Per dio, siate concordi al tirar tutti uniti a una fune; e l'altrui ree fortune vi faccin lume al ben ch'i' dico attendere,

ché mai poi per gnun caso si può scendere. Le predette discordie assiser Troia, Tebe e Attene e di Sicilia el regno, pianse Cartago la setta barchina;

e altre mille questa infernal noia, per non trar al comun ben dritto al segno, ha messo in basso e 'n ultima rüina. Non fé quïeta patria Catellina,

Fimbria, Cinna, Cerbone o Mario o Silla né li cesari o pompeian costumi, che feron laghi e fiumi del civil sangue per far sé maggiori,

né 'l potean far colla patria tranquilla. Quest'è quel ch'annicchilla ben comuni e privati e fa minori, come gli uniti cori

del ben comune fortifican lo stato: quel poi cresce e sicura il ben privato. Seguasi l'orme del buon Lucio Bruto, che pel publico ben duo figli a morte

giudicò, stando loro a fronte a fronte; d'Orazio Cocles, che fu sol veduto, per la patria salvar, combatter forte, finché dietro da sé tagliar fé 'l ponte;

di Muzio o Curzio o buon Deci, che sponte voltârsi a morte, per fare alta e grande lor patria, o 'l buon Publicola o gli Spuri de' larghi Emili e Curi,

de' trecento sei Fabi in una schiera, di Mallio, che del figlio il sangue spande, perché da tutte bande fosse giustizia al ben comun lumiera;

di Regul, ch'aspra e fera morte sostenne e non schifò il periglio, per rendere alla patria san consiglio. Quinti, Metelli e Dentati e Fabbrizi,

Flacchi, Vergini, Garuli e Camilli, Caton, Corneli, Marcelli e Semproni vi sieno assempio a discacciar que' vizi, ch'abbatterien vostri liber vesilli,

tenendo al sormontar lor modi boni. Spengasi il mormorar de' sussorroni, per li quai si nutrisce ogni resia! Chi d'amore e concordia tratta abbraccisi,

sospetto e odio iscaccisi, non per grandigia all'un far l'altro offese, poi non è sotto il ciel, né fu, né fia, istato o signoria

tanto sicura o in più bel paese, qual si vedrà palese esser l'eccelsa mia patria Fiorenza, non gnuna in miglior grado o più potenza.

— Pura fede alla patria e grande amore, canzona, il tuo fattore mosse con basso stile a tanta impresa; il perché, se di ciò tu se' ripresa,

scusine il buon volere e dieti ardire d'innanimar più desta patria i civi, fuggendo i vizi e le virtù seguire, le quai dopo il morire

fa gli uomeni per fama al mondo vivi. Conchiudi ove arrivi che 'l premiare de' buon, punir chi erra pace, riposo e bene è d'ogni terra.

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