Venere, se già mai pel caro figlio, qual in te generò il dardaneo Anchisse, te adoperasti alli bisogni stremi volgi or le sante luce al mio periglio,
ché sono in barca sanza sarte o remi, sanza governo alcun e l'albor rotto, e già nell'onde sotto vento contrar mi caccia,
né spero più bonaccia, ch'a l'ultimo suo dì sperasse Ulisse, sentiti i colpi del mortale scoglio. E tu sa' ben se con ragion mi doglio.
Se Febo tema sempre il tuo Cupido a cui già con dispregio chiese l'arco, onde provò poi il colpo del tuo strale, o sacra, santa iddea, per cui mi fido
poter campar del mio penoso male, pietà ti muova d'essaldir mie prieghi! Signor mio, non si nieghi socorso a tanto istremo,
ché già nel foco tremo, veggendo il periglioso mortal varco, che vil esser mi fa da quel ch'i' soglio. E tu sa' ben se con ragion mi doglio.
Se al fero Marte tuo bellezza piaccia, celeste iddea, socorri al gran bisogno, ché non sanza cagion li prieghi spando! Deh, fa' omai che la mia ninfa saccia
ch'io non fe' cosa mai per che in bando della suo grazia debb'esser per certo, ch'el non è degno merto odio acquistar servendo.
Ohimè, che ben comprendo ch'io non son più qual fui o esser soglio; però socorri presto al gran cordoglio, ché tu sa' ben se con ragion mi doglio.
Se Ipolito o Narcisse o gli altri, i quali il seguir la tuo gloria ebbero a sdegno, piangano etternalmente el lor errore, o dea, che gli mortali fa' immortali
al seguir l'alto tuo summo valore, miserere di me, ch'io son conquiso se l'angelico viso, che le stelle apareggia,
non fai ch'io riveggia lieto mostrarsi a me qual mai benigno! Se non, languendo passo el mortal scoglio; e tu sa' ben se con ragion mi doglio.
Omè, caro signor, se mai ti piacque il pomo iudicato dal troiano, cui poi del caro don facesti degno, socorri il servo tuo, che, da che 'l nacque,
sempre subietto è stato del tuo regno! Non sia l'ultimo punto in cotal forma, ch'egli è pur cosa inorma, sì fedelmente amando,
morir languendo, quando esser da morte più credea lontano! Omè, signor, provedi a quel ch'i' voglio, ché tu sa' ben se con ragion mi doglio!
Canzon, cangiato s'è dal bianco al nero lo stato mio, come vedra' di vesta cangiata che ninfal vestia colore; però ten va' da quel mio lume altero,
sanza il cui aiuto il miser servo more, e, quanto sai, umìl mi ricomanda; e s'altri ti dimanda qual sia fatta mia vita,
di', vile e sbigotita: «Fra l'onde con suo barca in gran tempesta Fortuna rea gli ha tolto ogni suo orgoglio». E tu sa' ben se con ragion mi doglio.
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