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1384–1448

VI

Antonio di Meglio

O trïunfal signore Amore, io sento fra' pensier gravi del civil governo, dove or m'ha posto il più onorato segno, nel rimembrar di quel sommo contento

che mi fece bramare il giorno eterno ch'io ti vidi regnare in loco degno, una dolcezza, per la quale io vegno sì soperchiato che occupar la vita

sento, se, ragionando, non la sfogo. O prezïoso giogo, dove allor sotto entrai, o sacri, o santi rai,

là donde entròe l'amorosa ferita, o beltate infinita, che i rivi, l'erbe, i fior, le fronde e' mai festi gioir d'angelico splendore,

perché cantar non so com'io v'ho in core? O grato e bene aventuroso colle dagli altri verdi poggi cinto, i' ardo del foco sopra a te nel cor mie acceso!

O quel che libertà mi fura e tolle, onesto, vago ed amoroso sguardo, dov'io te vidi, Amor, con l'arco teso! Chi si vorria, possendo, esser difeso

di rendersi fedel, subietto amante a quello specchio di virtute adorno? L'aire e 'l ciel dintorno ogni loco ridea,

dove si rivolgea il lampeggiar di quelle luci sante di quella, il cui sembiante non par da dir d'umana, ma di dea,

la qual venuta sia dal paradiso per far beato chi la miri fiso. Vaghe donne gentili e damigelle, ch'eran quel giorno seco in compagnia,

qual più pel sol le stelle acquistan lume, tanto pareano a rimirar più belle quanto più onestate e leggiadria prendean tuttor dal suo alto costume.

Qual dolcezza di stil per gran volume poria ritrar a pien destintamente la melodia del suo angelico canto? Non cantòe dolce tanto

alcun più lieto iddeo; non mai sì piacque Orfeo, non Apollo cantò sì dolcemente: tutte le cose intente

al cantar glorïoso, ch'ella féo, stavano ad ascoltar quella dolcezza, la qual chi 'l giorno udì tutt'altre sprezza. O molti altri incredibil diletti

e ogni qualunque suo più picciol motto mosse con l'onestà l'alto valore, voi fusti e siete degnamente obietti; e a cui ciascun per sé fusse ben noto

a nullo altro disio terrebbe il core. Ma dimmi tu come consenti, Amore, e donde è la cagion che tu pur vuoi ch'arda in tal fiamma un sì gelido petto,

ché più degno subietto di me già fu schernito; credendosi gradito esser, fé di che si dolse poi.

Ben so quel che far puoi, ma conoscermi indegno m'ha invilito, né anche so ritrarmi e vorrei, sire, più tosto che, seguendo, mal finire.

Ma ben sento, signor, tua risposta, che tal manca di fé, che l'altrui fede biasma per più suo fallo ricoprire e che l'affezïon, dentro nascosta,

molte fïate per contrar si crede per la commissïon d'un falso dire e che sperar, seguendo altro disire, sublima l'intelletto e gentil rende

chi d'altamente amar non si rimuove; però che di qui piove in noi chiara virtute, che ci dà la salute,

per cui qui in vita e dopo a lei si splende; e che qualunque attende in sé le degne tue grazie compiute ami con fede e non sanza, con vista

che vera fede ogni grado acquista. Signor mio, tu mi pon con l'intelletto di tua conclusïon più ch'altro mai servo fedel, costante, in gran conforto

disposto a ubidir con ogni effetto a quella, la cui imagine tu sai, che, come è tuo voler, nel mio cor porto. E tu, canzon mia, va' per tuo diporto

dove ti piace, ché non molto curo ch'altri ti stimi di picciol valore, ché l'affetto del core mi dà speranza tal ch'io son sicuro

ch'umil m'acolga il disïato gremio, s'acquistar dee fedel servir tal premio.

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