«Legger le degne cose e non intendere con veri effetti e non cercar chi 'nsegni è senza frutto tempo invano spendere. Leggendo adunque questi autor sì degni,
abito presi d'intendenti e buoni, sol per far forte il mio coi loro ingegni; onde compresi per molte ragioni che chi vuol amassar ricchezze vere
convien che quelle del mondo abandoni, qual, nulla avendo, e tutto possedere, come l'apostol vuol che 'n lor si truovi, e di Giobbe la via santa tenere,
e nel voler di Dio sempre t'apruovi fermato e quando dà e quando toglie, e quanto piace a lui laudar ti giovi. So che vuol dir quando il Signore accoglie
molti al convito suo, e so il supplizio di chi v'andò con le non degne spoglie, delle vergini dieci l'essercizio, buon delle cinque, e l'altre cinque lente
non volerle il Signor nel suo ospizio. Di Marta il ministrar mi fe' intendente d'aver l'ottima parte Maria eletta, sendovi 'l tutto e sommo Sapïente;
di Maddalena, quando ai piè si getta del buon Gesù e que' col pianto lava, poi co' biondi capei gli asciuga e netta del precioso unguento che fuor cava,
col quale il divin capo al signor ugne; e del discipol reo che sì lagrava. Intesi la figura con che pugne Cristo e ricchi crudeli, impî ed avari,
e la giusta vendetta, che sogiugne, di Lazzaro mendico: infra gli amari famelici disii delle molliche, che del ricco cadean de' cibi cari
sol le lingue de' cani esserli amiche; post morte intendo nel gran sen d'Abramo laudare a ristorar di sue fatiche, di splendide vivande il ricco bramo
d'esse abondare, e di porpora e bisso vivere adorno, e dopo morte gramo trovarsi cruccïato nello abisso e per più pena nella somma altezza
veder nel gaudio eterno Lazzar fisso. Questo mi mosse a tanta tenerezza di me medesmo, che sommo guadagno m'era spander fra i pover mia ricchezza;
e largamente e senza risparagno mi fei dispensator, possessor sendo, tal ch'io son fatto a Lazzaro compagno e non tubai, limosine facendo,
ma le fei sì che la sinistra a pena la destra non vedea distribuendo. Vidi a che gaudio ed a che gloria mena l'opere sante di misericordia
e de' contrarî suoi l'eterna pena; il perché la ragion, ch'era in discordia prima col senso, in forma il sottomisse ch'a lei sempre ubidì con gran concordia.
Ma poi che Morte i suoi messaggi misse ' annunzïarmi com'era disposta che del terreste carcer l'alma uscisse, io, che la voglia mia tutta riposta
nel mio Signor avea grata e benigna, fuor di suo immaginar le fei risposta; e benché 'l vulgo turba aspra e maligna la chiami, io posso dir ch'a me ella parse
qual dolce madre, e non qual rea matrigna. E pur, se spesso or m'aghiacciò or m'arse con aspre febri e con varî accidenti, piacquemi alle parole che mi sparse.
Ciò fu che queste mie pene e tormenti era una purgazion de' miei delitti, perché di là fusser trovati spenti; ond'io, che al ciel tutti i pensier adritti
avea, contrito, confesso e pentuto godea de' membri per tal caso afflitti. Poi, il corpo del Signore a me venuto, mi fei portare inverso lui e posto
in terra ginocchion, qual fu dovuto, sendo, qual detto t'ho, fermo e disposto, col Miserere mei piangendo il chiesi con forma che mai poi gli fui discosto.
Benigno e mite, a tutti prima chiesi mercé, perdon d'ogni passata ingiuria o per qual modo alcun già mai offesi. Poi chiamai, volto a la celeste curia,
Francesco mio serafico assisano, quale a chi chiede dà di quel ch'esuria; e 'l dalmazio Ieromino, soprano d'ogni altro vero e santo cenobita,
Laurenzio martir, Cosme e Damiano. La Madre santa vergine, gradita sopr'ognun, chiesi al punto che si teme per chi colle vere armi non s'aita.
Con numero infinito accolti insieme vennor costoro, ond'io, del santo olio unto, de' membri uscii, che ripigliare ho speme. Per contrizion purgato, a quella agiunto
di questi santi grazia gratis data che da Dio m'impetrarono in quel punto, con questa santa compagnia beata subito giunsi alla parte supprema,
in somma eterna gloria ai buon servata. Qual sia quel ben che mai perder s'ha tema dir non si può, ma quel gran re cortese, dando a noi sé, el suo mai ben gli scema.
Io vidi quivi, e ciò farai palese, fra l'ordin de' pastori un degno seggio, del qual Petro e Paülo a dir mi prese: ‘Quell'è del quarto Eugenio, che pareggio
dal buon Silvestro in qua non ebbe alcuno di santa vita; e tu nel santo greggio nostro più tosto se' per grazia e muno che per te chiese con divoti preci,
ché per più tempo ancor n'eri digiuno. Quivi avrà merto a mille e più per dieci sol con santa romana Chiesa uniti aver gli Ermini e Rusciani e Greci,
e' suoi santi pensier sendo seguiti, non saria d'infedel Ierusalemme, né Israel in forza d'Ismaelliti, né nel luco sarien le sante gemme
del sepulcro di Cristo in man de' bruti, né sarieno ussi le nazion boemme». Di che a me resta Dio pregar ch'aiuti sua santa voluntà perfetta e buona,
lui ringraziando de' don ricevuti. Al già padre fratel Cosme in persona dirai che l'opre sue degne approvate nel ciel di gloria gli porran corona
e ch'a Dio son dilettevoli e grate, tal che, di bene in me' seguendo, il fido che sommamente gli fien premïate; e più gli di' per mia parte ch'al grido
di prieghi, di parenti o d'amicizia per non voglia il sommo santo sido, per impedir per lor santa giustizia, ch'egli è il punir de' rei di Dio giudizio,
al qual è contra far somma nequizia, perché l'impeditor di punir vizio contro alla maiestà di Dio ardisce e dà d'ogni mal far a' pravi indizio;
qual chi favora il punir, ch'impedisce, onora Dio e' malvagi confonde, ché giustizia e buon premia e' rei punisce. Or, perché tempo è ch'io ritorni donde
mi mossi per venire a consolarti, a che l'effetto assai ben corrisponde, e perché scritto fu da molte parti, massime da' signor principi illustri
che ne' lamenti tuoi sento nomarti, doglie del caso mio, vo' che ti industri la letizia in che son, qual puoi, dir loro sol per lasciar del mondo e pensier frustri.
E quei conforta, se voglion tesoro posseder vero e che in eterno duri, a fare in Dio con le virtù dimoro, giusti reggendo con cor mondi e puri,
ché questo è porre in ciel quel ricco avere, sicuro da tignuol, ruggini e furi. Servar giustizia e sempre Dio temere e in lui sperar fa i vizî spenti e morti,
e 'l reame del ciel fa possedere. Or fa' che a ciò ciascun di lor conforti, che viveran giocondissimi e lieti, poi troverransi a Dio figli e consorti.
Piero e Giovanni miei, benché discreti sian dal guardarsi da' vizî nefandi, conforta a star d'ogni virtù repleti, sì che sol per bontà sien detti grandi;
poi Pier Francesco e sì la mia Ginevra vo' che per mio piacer lor raccomandi, ed a lei di'ch'i' so ch'ella s'abbevra a fonte tal che 'n ciel a rivedermi
venir faralla, se nel ben persevra. Fa' ch'alla Contessina mia confermi quant'io sto bene, e Dio priego per lei che' ben li servi eternalmente fermi.
I domestici e cari amici miei tutti conforta e per mia parte abraccia; poi gli allegra di me, ché puoi e dei, pregrando 'l fratel mio ch'ancor lor faccia
tale accoglienza ch'ei non tenghin perso avermi, e per mio amor ben gli compiaccia. Rimanti a Dio». E così detto, verso il ciel tornossi, e quivi stupefatto
lasciommi, quasi come risommerso, se non che alla ragion ritornai ratto, amaestrato da sì fatto donno, di star di lui gaudente in ciascun atto.
I lamenti, i sospiri, il pianto, il sonno tutti partîr da me, per modo spersi che per tal caso mai tornar non ponno; e 'n vita nuova ritornato apersi,
giubilante, essultante in canto e in riso gli occhi, dall'uso lor tutti diversi. Per che generalmente ognuno aviso tener, come 'l vedesser, nella gloria
Lorenzo orar per noi nel paradiso. Né uscirammi mai della memoria questa dolcezza da far gloria e festa di tanta degna cosa e sì notoria.
E qui la debil fantasia s'arresta.
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