Maraviglioso Amor, mi fai sentire la forza tua più ch'a null'altro amante per quelle luci sante, che mi fêr sottoposto al tuo valore,
per forma tal ch'omai non val fuggire, né contro al tuo voler esser errante, perché d'un dïamante fu 'l nodo col qual m'alacciò il core
l'angelico splendore di quella, che a te mi sottomise, allor che me da me stesso divise. Amor, già non mi duol l'esser subietto
a te per cosa tal, né mi dorrei per ciò che a' sacri dei saria tal subiezion solenne dono; ma duolmi che conosco me imperfetto,
ché a tanta resistenzia non potrei reggere i sensi miei, perché sento l'ardor nel qual io sono, per forma che abandono
speranza omai di mantenermi in vita, se essa teco insieme non m'aita. Degna cosa è ch'alto signor consenta l'aiuto del suo umil e fedel servo;
dunque non star protervo a me, tuo sì fedel, porger soccorso, ché non sol una cosa mi tormenta, ma molte son, perché con duol acervo
già tutto mi disnervo, ch'assai si sa là dove son trascorso. Sarò con ragion morso da chi dirà, gabbandomi: «Costui
si muor per quel che riprendea sì altrui». Dunque ritieni in parte, Amor, quel foco che all'altrui menti mi può far palese; siemi, signor, cortese.
Lieve t'è far la grazia ch'io domando; deh, sì, ch'io mi consumo a poco a poco per tema che le fiamme dentro accese non sian di fuor comprese!
O signor caro, io mi ti racomando; e se morire amando pur mi convien, signor, ciò mi fia gioia, se non si sa per cui languendo muoia!
Ahi, lasso a me, ché s'io sapessi ch'io avessi conversato co' suoi stretti per guastare i diletti, che porgon gli occhi belli a chi gli mira
di quella me empié del gran disio quando sì fiso a rimirar gli stetti, fariensi a me sospetti e sì ripien di ragionevol ira!
Omè, ché mi martira più che alcun'altra pena questa tema, sì che già per vergogna il cor mi trema! La tua somma pietà or mi difenda,
glorïoso signor, da caso tale se degno priego vale nella divina tua somma potenza. Deh, non voler ch'io bestial forma prenda
per adorare il tuo dorato strale! O sire imperïale, dimostra in me la tua somma eccellenza con quella providenza
che sai adoperar, quando tu vuoi giovare a quei che, qual io, si fan tuoi! E tu, o sacra e veneranda dea, per cui il mondo d'onestà si veste,
venuta dal celeste per essemplo d'onore in forma umana, volgi gli occhi pietosi alla mia rea passion cruda, e le mie gran moleste
a te sien manifeste, ch'io son nuovo Ateon, già per Dïana consunto alla fontana, per lo disio sfrenato che in me nacque,
allor che tua beltà tanto mi piacque. Null'altra cosa mai mi piacque tanto quanto l'adorno viso e quello sguardo, onde l'acceso dardo
uscì, da te mandato nel mio core, e l'onesto parlare accorto e santo, la vaga leggiadria col gran riguardo. Alma gentile, io ardo
se non mitighi in parte il gran calore, ch'acceso ha in me Amore, quando con forza della tua beltate mi venne a trar della mia libertate.
Andrai, canzone, colà dove tu sai che 'l mio disio continuo si posa, e con voce pietosa il foco in che mi truovo manifesta
a quella ninfa, i cui vaghi rai e' mi raccendon di fiamma amorosa, ché mai maravigliosa cosa non fu nel mondo quanto questa.
E accorta e modesta sarai a dirle: «Il vostro servo unìco con fede v'ama assai più ch'io non dico».
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