Sopr'un bel verde colle, che d'un folto boschetto portava grillandetta, stanco e per sudor bagnato e molle,
cacciando, mi trovai tutto soletto quasi qual parte a mio riposo eletta. Ventilava le frondi una aüretta gentil, dolce e süave,
che m'era un refrigerio ai caldi sensi: su pei bei rami udiènsi pietose e vaghe note d'augelletti, che 'n lor dolci versetti
parean mostrar quanto 'l disio sia grave, che accesi gli have, — e tutti in lor tenore parean cantar: «Mercé, soccorri, Amore!» Abondante ruscello
dove le mani e 'l volto bagnai, quivi in mezzo era, che tutte erbe rinfresca e 'n fiumicello chiar si converte, insieme poi raccolto,
e parte discendendo. In tal maniera ridea da tutte parti primavera: rose, fior, violette odorifer facean tutto quel loco.
Io ascoltava a gioco dell'acque il dolce sòno e mormorio, che 'l faretrato iddio chiaman diresti; e fiori e l'altre erbette
paren costrette — agli atti, uscendo fuore, a voler dir: «Mercé, soccorri, Amore!» Il ciel sereno e lieto, l'aier chiaro e pulito
doppia porgean vaghezza agli occhi miei, e già 'l corpo, quïeto e del passato affanno in sé redito, indicibil gustava ivi dolcezza;
e facien già in me qual chi s'avezza in coro o in iscuole seguitar l'armonia dell'altrui voci e mie spirti veloci,
che, quanto udien, seguire erano intenti, sì grati e sì contenti che sol che ben ridir non so mi duole. Queste parole — sentivo nel core
dette da lor: «Mercé, soccorri, Amore!» Certo non voce umana, né d'animal terreno fu quel ch'io senti' quivi,
tal che pensai sarebbe qui Dïana con quelle ninfe che, cacciando, gièno pria rinfrescate nelli chiari rivi, come si dice; ma pure scolpivi
che la voce predetta principiò, cantando, uman parlare, lo qual mi fece assai maravigliare, perché dentro da quello era lamento
d'amoroso tormento, composto in forma d'una canzonetta, dico perfetta. — E 'l prio fu con fervore verso ch'io udi': «Mercé, soccorri, Amore!»
Giovinetta parea pei sussequenti versi lagnarsi di suo danno ché 'nfiammata d'Amor tempo perdea,
di Fortuna biasmando i casi aversi, ch'un suo amante togliele a torto e 'nganno. Io feci quasi come li più fanno, che, oltre a udir, vedere
voglion la cosa che diletta e piace, ricco tesor di libertate in pace, che mi fu tolto allor da' raggi santi di chi m'apparve avanti
agli occhi, sì che 'l cor per gran piacere, oltre a dovere, — in esso acceso or muore, chiamando pur: «Mercé, soccorri, Amore!» Se ninfa o dea fu questa
non so, ma fuor del cielo non nascon sì belle opre: succinta, scalza, in bianca, sottil vesta, tal che scolpiasi quasi qual per velo
qual parte donna sotto el vestir copre. Pulito dardo in la sua destra, e sopre l'omer l'avea appoggiato; e in aria al vento i capei d'or volanti
le si vedea e, con altier sembianti volta ver me, mirommi in atto acervo, tal che temei che 'n cervo, quale Ateon, m'avesse trasformato,
sempre poi stato — in sì fatto tremore, chiamando: «Ohimè, mercé, soccorri, Amore!» Poi che partìe, cantando, canzon, come tu sai,
pel trovarmi sdegnosa in forsi e di mio esser dubitando, quivi lasciommi e non tornò già mai dov'or l'aspetto di veder pietosa;
né mi daran fronde, erbe oramai posa, cantar d'augelli o chiare fresche acque, o odorifer fior ch'i' veggia, né so che altro mi domandi o cheggia
a te, se non che dove amanti truovi di star con lor ti giovi, ch'i' mi rimango al bosco ad aspettare d'umil tornar — vedere il bel cantore,
che mi fa dir: «Mercé, soccorri, Amore!»
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