Per veder cose al mondo ignote e scure, in alto mar con picciol legno entrato, passai per acque perigliose e dure; e subito dal vento trasportato,
nel sen dell'oceàn più alto entrai, dove, da nuovi venti in ciel levato, in luogo sì soave mi trovai, sì lieto, luminoso, ameno e bello
che per somma dolcezza in me mancai. E, come 'n sogno, con antico vello m'aparve un vecchio reverendo e degno, che su del ciel venìa leggiero e snello;
e subito col volto mi fé segno ch'i' lo seguissi, ed io veloce e ratto a lui m'aplìco come ellera al legno. Ed ei, notando la paura e l'atto
mio, confortòmi e disse: «Figliuol caro, tu se' d'ogni pericol quasi tratto. Nel mar entrasti non siccome avaro di falsa merce, ma per trovar l'oro,
ch'è sempre a ogni mal iusto riparo. Onde, mosso ver te 'l celeste coro, mandato son quaggiù, come tu vedi, perché t'apra del vero ogni tesoro.
Andiamo adunque: i' so quel che tu chiedi e di te meglio 'l tuo bisogno intendo, ma le mie orme osservino e tuo piedi!» Mossesi allora, ed io, retro seguendo,
e miei co' passi suoi ben temperava ed a ogni sua voglia atto mi rendo. Esso a un monte e suo pie' dirizzava, vicino a noi d'una porta serrato,
che fiamme in ogni parte saettava. Voltossi allor a me: «Or se' arrivato dove sarà ogni tua macchia tolta, po' che sarai per questa porta entrato».
Disse, e, rapito me con forza molta, dietro alla fiamma pauroso e smorto quivi mi trasse, ov'ell'era più folta. E po' che molto lì m'ebbe rivolto
come ferro in fucina, oro o argento, vidi mie membri e me distrutto e morto. Chi si vivesse in me non so; ma spento vedev'alcun se stesso, e li ossi bianchi
di stupor pien mirava e di spavento. Della mia guida per li antichi fianchi vidi chinare, e la cenere e l'ossa ricoglier rotti, diminuiti e manchi;
e quelli e me rapiti in una fossa alta sommerse e la terra ripose calcata ove l'avea prima rimossa. Io, benché morto, in me di me ta' cose
e strazi far vedea; incominciai senz'occhi a pianger forte e senza vose, e, di tristizia pien, le ciglia alzai al crudo vecchio, e di tal tradimento,
come quivi potea, mi dolfi assai. Mentre ch'i' era in tal pianto e lamento più infiammato, con tremor s'aprìo la terra e, diserrando ogni convento,
me con terribil man tosto scoprìo e del fondo levommi, e 'n un bel prato tra l'erba e' fior mi pose, al parer mio. E poi ch'alquanto lì fu' dimorato,
vidi 'l mio duce in ver me sorridendo venire, e disse: «Il tuo nome lodato sia, o Rettor del mondo, alter, tremendo, c'hai di tal forma e bellezza vestito
chi mo accusava me, se bene 'ntendo!» Da poi ch'i' ebbi tal parlare udito, mossi mie lumi, e 'ntorno mi guardai per veder de' mie membri il modo e 'l sito.
Leon, vitello ed aquila trovai me fatto, sì che l'umana figura era più bella in me che l'altra assai; anz'era tanto sopra sua natura
passata e sopra 'l modo de' mortali, ch'i' non vedea del quanto la misura. In me eran formate penne ed ali, e d'ogni pondo liber mi parea
al ciel volare, uno e quattro animali; de' quai la 'ntera forma si vedea in uno, ed uno in quattro, sì composta che, se nïente l'un l'altro impendea,
volando l'una, l'altra era disposta delle facce a volare; e, raguardando in una, ogn'altra si vedea ascosta. S'i' ammirai, lettor, non ir cercando,
ché né tu creder né io dir potrei con umane parole o stil parlando. Paruto uomo e non uomo allor sarei e quelli ancora e non quelli animali,
che me in me miravan li occhi miei. Mentre ch'io 'n su movea volando l'ali, vidi Minerva e nel suo seno Amore nel sol seder fra d'oro e lievi strali;
vidi la vita in lor, vidi l'ardore delle saette sì forte e acuto ch'are' vinto e soluto ogni rigore. Io, per grande stupor, fatt'era muto
e volea domandar, e non ardìa, pel caso ch'era inanzi intervenuto. Allora 'l vecchio, della mente mia intendendo l'ardor, disse: «O figliolo,
ecco che già dei ciel prendi la via! Già senti salutare essere 'l duolo dell'ampla fiamma e quella sepultura che te nel grembo suo ricevé solo,
poi ampliò mutando tua figura in modo che già puoi qua su salire, dov'uom non salse mai per sua natura. Or vorresti da me più oltre udire
ch'ancor veder non puoi, ed io t'aviso che, se colei non aiuta 'l mio dire la quale or vedi ed or raguardi fiso, i' non saprei però che tu se' giunto
nel luogo da noi detto paradiso. Qui è quel senza cerchio ubique punto, quell'è la Sapïenza e quello Amore, nel sacro sen sempr'unito e coniunto».
«O padre mio — diss'io — duce e signore, del qual, non conoscendo, assai mi dolsi sotterra pria e poi nel gran calore, ma l'alma, el petto e 'l cor tutto rivolsi
tosto chi' vidi 'l mio fallo e 'l tuo volto tal verso me, qual io richiesi e volsi! Or che la fiamma e 'l mio error più molto mi duole, e priego te, caro mio duce,
che sia in me da te ogn'odio sciolto; e dimmi perché là in quella luce, dov'arde Amor nella sua donna acceso, l'Amicizia lor cara non vi luce.
I' ho più volte cercando conteso di veder di costei la mente e 'l petto, e del cercar non mai soffersi 'l peso». Ed egli allora a me: «Com'io t'ho detto,
non senza l'alma donna puoi sapere quel ch'ora accende e strigne 'l tuo affetto». E, volto a lei: «Tu puo' chiaro vedere, o rettrice del mondo, il nostro core
e l'ardor che ci tien di te udire! Costui, mutato già dal tuo decore, per dubiosi cammini è qui salito per udir te parlar del sacro amore,
over de l'amicizia, e l'infinito lume spiegar che l'uno e l'altro accende, sì che 'l mondo non vede ogni lor rito» Disse; e la donna allor, come chi 'ntende,
me che non seppe dir chi domandava, volt' a noi, tali e ta' parole rende: - Veggendo voi qui star, meco pensava di prevenire al vostro domandare,
mentre che questi ardea e dubitava. Qui si convien di carità parlare, la qual è d'amicizia in la fornace fabbricata d'amore, en quell'altare
nel quale Aron suo olocausto face. Niun'amicizia è vera se non quella che nella carità si siede e giace, anz'è di lei figliuola over sorella
o, come sopra dissi, è caritate, vita d'ogni virtù, àncora e stella. L'obietto suo è essa bonitate, e, per quell'ottener, volt'a' mortali,
ciascun prossimo chiama amico e frate; saetta ancora e suo più caldi strali agl'inimici, e, con libero petto, fa li suo moti a tutte cose equali,
sé ordinando, e tutto 'l suo diletto è nell'amar, benché non truovi amore ciascun come 'l suo puro e più perfetto. Di chi ingrato è per sé nessun dolore
sente, ma sol di color si contrista che dell'amar non sentono 'l dolzore. Questa nïente ha suo, nïente acquista se non comun; questa, per aver tutto,
se stessa presta alle sue cose mista; questa inferma allo 'nfermo e piange al lutto e maggior pena che 'l penato sente, questa nel perder suo truova gran frutto,
quest'ha l'amico suo sempre presente; magnifica, benigna, larga e pronta consola, aiuta e soccorre la gente. Questa suo beneficî mai non conta,
questa ciascun dell'amor debitrice sé crede, e, amando, suo debiti sconta; questa non ha timor, quest'è felice nella calamità, e l'alma pone
per non perder amor, com'alcun dice; questa ogni suo fatto, ogni sermone accende nella fiamma di Colui che di virtù celeste armò Sansone;
questa nel grembo mio sempre costui abraccia, en modo che 'ntender non puoi se esso è giunto a lei o essa a lui. E questo inanzi 'ngannò li occhi tuoi,
perché duo credev'esser quel ch'è uno, come nel petto mio già veder puoi. I' son colei che la meno a ciascuno ov'è l'obietto amabil, che l'Amore
muove ed accende dov'è lo prim'Uno. I' son colei che la forma e 'l decore per sé bellezza mostrò donde nasce e 'l vero amor nel generoso core.
Chi al mio petto si nutrica e pasce vede dell'amicizia il santo nodo avanzar ciò che 'n terra vale o nasce; vede sua nobiltà, vede 'n che modo
questa in sé poss'un di molti fare e con vincol legar tenace e sodo; vede ogni felicità è nell'amare, e per amor, quand'ha se stesso dato
con tutto 'l suo, già niente gli pare. Non cerca tale amor fruir l'amato, ma per amor gli è dolce ogni tormento, se di divin furore è 'nebrïato.
Alterno amor non cerca 'l suo contento, ma per amor dell'amato si priva, purché di quel poss'empiere 'l talento. Nella morte vedrai l'anima viva
del verace amatore, e nella vita quella vedrai di vita e luce priva. Vedrai, vegghiando, lei maner sopita, el riso vedrai misto al duro pianto
e nella retta via come smarrita; vedrai 'l corso star, piangere 'l canto, ardere 'l ghiaccio e congelare 'l fuoco, e nïente quant'è già esser tanto;
quel che grand'era vedra' fatto poco, la sapienza stolta, e depravata l'alma virtù e privato di loco alcun locale e la luce oscurata
e per astri contrarî ammirerai e 'nsieme forse misera e beata l'alma gentile e nobile dirai e col superno Amor tutto abracciare
e tal far qual altrui non fece mai, e quella sopra 'l mondo e te volare en ciel salendo, nell'inferno scesa, ed alta e bassa in un momento stare.
Con ozio all'operar veloce è 'ntesa, mobile più che fiamma e che 'l pianeta che 'n un dì gira 'l ciel senza contesa. Questa già mai star non può quieta
perch'amor la combatte, e quinci avviene che a nullo già mai se stessa vieta. Chiama ciascuno amico, e ciascun tiene un altro sé, e, come per sé face,
fa per ciascuno; e, se noterai bene, vedrai l'amico ver non aver pace nell'altrui guerra, colpa over tristizia, quand'a se stesso, overo al ciel, dispiace.
Quinci 'l vedrai orar per la milizia e, per la colpa altrui, con pianto e lutto e grave duolo e paura e mestizia consigliare, amonire infin che 'l frutto
colga del suo amore e al divino precetto ubidir possa in parte o tutto. Per quel vede ogni amore esser meschino che non vòle in altrui quei che 'n sé volle,
quando si fé amando a Dio vicino. Chi 'l core e l'alma e la mente non tolle tutt'al suo Dio ed a lui non la dona dall'amicizia 'l suo principio tolle.
L'obietto è l'atto e l'abito corona della sua nobiltà, onde l'amore locato 'n Dio essalta ogni persona, tanto quanto dell'atto fa 'l vigore.
Sì che niun più felice è di colui ch'a Dio dona sé con tutto 'l core; e chi crede l'amico un altro lui, sì che com'a se stesso a lui vuol bene,
non altro o men che sé amando in lui; chi questa legge osserva, abraccia e tiene e cerca 'n altrui eccitar quell'amore che fa beato ognun ch'ad esso viene.
Chi di tal fondament'è posto fore su' amicizia fa simil a quella che 'n sé del suo amor volge 'l tenore. Se d'amicizia dunque alcun favella
senza questo principio, non intende quel ch'è benevolenza, o vera o fella; il perché quella e questi e me offende chi sé dispone amando in altro modo;
è chi non ben questa legge comprende, s'i' l'uno amore e l'amicizia lodo, cose a' quali ogn'altro è sottoposto, che 'n sé non ha mendacio, inganno o frodo.
Il perché de' ciascuno esser disposto per sé amare Dio e per Dio tutto, dov'è d'amore 'l vero obietto posto. Quindi del retto amor si coglie 'l frutto,
quindi la forma, regola e misura, e l'ordin dell'amor s'impara tutto, perch'è indegna la nostra natura per sé essere amata: al suo Fattore
volger si de' l'amor di sua fattura. E perché tanto è più nobil l'amore locato in creatura quant'è quello che 'l tempera a più luce e più vigore,
prima si debbe el pè in fiamma d'ello e quindi all'amicizia por la mano, se confonder non vuoi l'ordine bello. Ciò dico perch'a nullo paia strano
se amicizia e carità coniungo e al divino amor sempre l'umano. I' dire' d'esto più, ma sare' lungo veder come procede e quanto e dove,
e com' dall'altro l'un talor disiungo. Bastiti dunque se alcune nove lode desta virtù saranno assunte, dond'a noi ogni vero e luce piove.
La fiamma d'esto amore ha le sue punte nel foco del mio petto asottigliate, sì ch'al debil veder paion consunte; ma son sì e 'n tal modo temperate
che di ferro e di pietra ogni rigore risolvon, quando son ben saettate. Quinci del fido amico il vero amore conoscer puossi, però che 'nfiammato
quindi sempre ferisce e fende 'l core. E questo avvien però ch'è stimolato da tanto amor che tutto si trasforma, tutto s'infonde e muta nell'amato.
Quinci vedrai, vestiti della norma del caldo affetto, gesti, atti e parlari come saette imprimer la lor orma; quinci vedrai mutar molti suo cari
per la potenza dell'amor, che finge e forma atti e parole e gesti vari; quinci Pier pescator parlando stringe degli uditor sì 'l petto che 'n brev'ora
molte migliaia al suo Cristo compinge; quinci l'ardor di Paolo inamora chi l'urna non avea spezzat'al fonte, quinci 'l mondo si muta, arde e divora;
quinci accese le genti ardite e pronte con letizia a' tormenti, all'aspra morte corron con gaudio e festa e lieta fronte. Fedel fu l'amicizia e vera e forte,
che, per giovare al mondo che peria, correr face li santi in ogni corte». Questi e altri parlar la donna pia faccendo, non so come i' mi trovai
quel che già fu quando persi tal via; e, 'n terra posto, già tardo notai quell'alma visïon ch'ogn'alto stile, ogni 'ngegno, ogni lingua avanza assai
e che scrivendo quella abietta e 'nvile.
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