E sì grande il piacer che 'n me si serra Che, dentro non capendo del mio petto, Venir quanto più puote fuor procaccia; Però venga chi i cuor chiude e disserra
E con il strale, ond'ho tanto diletto, Apralo e uscir per la mia bocca il faccia. Ma temo me non sfaccia, Parlando, poscia soverchia dolcezza
Onde le rime ancor prego contempre Acciò non mi distempre, Che dir possa chi te, signor, non sprezza: "Tal notte attender dee lieta e serena
Ch'ogn'altra bella gioia indietro mena". S'alcun l'accesa face, la qual splende Via più negli alti cor che 'n basso loco, Nel volto acquetar pensa a lui più caro
E 'l legger piede presto presto stende, A lui sovente scemar suole il foco Vedendo cui di veder sempre è avaro. Poi lei, ch'ogni suo amaro
Condir poteva e far lieve ogni oltraggio, Non trovando, rimansi in quella parte E l'ardor da sé parte Stando in quel loco sul u' il chiaro raggio
De' begli occhi altre volte scorse intento: Onde, come in ciel fosse, ivi è contento. Or quando poi, da più benigne stelle Accompagnato, mirar può il bel viso
Ov'ogni straccio dolcemente oblia, Gli affanni in tutto allor da sé divelle, In festa il duol mutando, il pianto in riso, Né qua giù unqua più lieto esser porria.
Ma se, sua cortesia, Le luci a lui volgendo oneste e accorte, Madonna il ciglio a salutarlo move, Dolcezza in sé tal piove,
Imaginando sua beata sorte, Che non pur col pensier aguagliar lice Non che dir quanto si trovi felice. Mossa a la fin dal bel sembiante umano,
Da la cortese, angelica salute Sovra il gelato cor fiamma d'ardire, A l'alta donna, in atto umile e piano, Racconta i martir suoi, a mezzo mute
Spesso restando le parole e 'l dire, E se i coralli aprire Vede, formar sentendo una parola, Di gentilezza colma e di pietate
A chi l'aspre giornate Soavi e quete far può al mondo sola, Scacciati li dolor, li acerbi pianti, Beato tiensi sopra gli altri amanti.
Se adunque, di sua donna dimorando Nel dolce loco, un miserello amante Contento vive e di ciò sol s'appaga; E se, del volto l'aria rimirando
Col splendor di celesti stelle e sante, Lieto sopporta l'amorosa piaga; Se, quando più l'impiaga L'ardente stral, udendo un de' suoi detti,
Ratto felice e beato diviene, Quanto fia poi quel bene Che tutti accolti ha in sé questi diletti? E tal fu il mio, ond'io ringrazio Amore
Che in sì novi piacer già tenne il core. Da lui guidato dentro al fido albergo Trovaimi di madonna pur un giorno, Anzi una notte del dì meno oscura,
Ove quel volto, in cui mirando aspergo L'alma di gioia immensa, e quel adorno Lume veder potea, ch'ogni altra cura, Mostrandosi, a me fura,
Solo ristoro di mia pena e danno. Ella dapoi, in atti ed in parole, Assai più che non suole, Pietosa fatta del mio lungo affanno
Tal che spesso dicea, pien d'alto zelo: "Men di me liete son l'alme su in cielo!". Or le traccie d'or fin, or quella fronte Ove onestate tine suo maggior seggio,
Quando le perle e i bei rubini ardenti Da stancar mille ingegni e lingue pronte, Ed or quel petto in cui raccolto veggio Grazia, virtù, leggiadri portamenti
Con gli occhi saldi e intenti Contemplando men gìa, sì carco e pregno Di letizia e piacer, in quello stato Talora me beato
Facendo il parlar saggio, ornato e degno, Che s'io per grazia ho un'altra notte tale Di farmi spero al mio Signor eguale. Canzon, se alcuno in fiamme
Amorose si trovi il qual si doglia, Digli: "Se ben a morte ardendo vieni, Non ti smarrir, sostieni, Ch'ogni duro tormento ed ogni doglia
Con quante fur mai lagrime interrotte Può ristorar il ben d'una sol notte".
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