O Pollinnïa, degna e sacra musa, voglia alla fraile mia debil memoria un po' della tua grazia avere infusa, ched io possi mostrare in questa storia
quel ched io vidi a questi gran signori, che son qui in tanta festa e in tanta gloria! L'ordin v'ho detto e le fronde e i fiori delle vie del giardin, ch'i' vidi il giorno;
or sentirete dolcezze maggiori. Le strade son con quell'ordine adorno; e or le quatro parti del terreno che germinon dirò e c'hanno intorno.
La prima parte vidi tutto pieno di più ragione erbetta utile e sana, sanza nulla soperchio o nulla meno: prezzemoli e cicerbite e borrana
e radicchi, lattuga e nipitella, persa, fiorranci, menta e porcellana, bassilico e ruchetta e mirrabella, raperonzoli e anici e finocchi,
terracriepoli, bietole e morella. E 'ntorno a queste cose co' mia occhi vidi pianton di peri e mele al sole, che par ch'ognun mille dolcezze fiocchi.
Eravi pere giugnole e ghiacciuole, ruggiol, bonelle buone e ciampoline e moscadelle di qualunche uom vuole. Ed eranvi carvelle e sementine,
peri sannicolò piantati a sesta, sanza granal lumie quaglie e ruggine. Eranvi mele rose e malatesta appiane, appiuole e calamagne tante
che nulla vòto del terren vi resta. Tu vedi questa parte in che è abondante e quel ch'ella fruttifica e produce e hai notizia di tutte le piante.
Dirotti or l'altra che no' men riluce, dico ch'era 'l terren con ordin belli e queste cose germina e conduce: cipolle, agli, iscalogni e peselli,
e ceci e lenti, e rubiglie e fagiuoli, radice e porri, e cavoli e baccelli; e 'ntorno intorno fichi castagnuoli, albi, pisan, porcinelli e sampieri,
piattoli, fior, grasselli e lardaiuoli, e fichi piccioluti e cavalieri, ed eran tutti giovani vermeni da vedergli e gustargli volentieri.
La terza parte avea ne' sua terreni cocomeri, cedriuol, zucche e melloni e lupini e papaveri, e ben pieni. Eravi gran quantità di poponi
moscadel, tralignati e dommaschini, ch'erono all'occhio belli e al gusto buoni, e circulati intorno di susini, avosini, belfiore ed amoscena
e da dommasco, pratoli e porcini. La quarta parte si vedeva piena di bruotin, matricale e di schiarea, assenzio, salvia e isapo ancor mena.
Ruvida scabbiosa e marrobbio v'avea, senapa, ruta, èlla e erba pepe, ch'al gusto più ch'all'occhio i' conoscea. E 'ntorno v'è di molti frutti siepe,
di leggiadri rampolli e piante nani, come natura e l'aria vi concepe: ciriegi buondì, amareni e marchiani, acquaiuol, duracini belli e freschi,
e giuggioli e pistacchi e melagrani degli agri, degli amabili e franceschi, e melïachi, mandorli e nocciuoli; di venti ragïoni o piu v'è peschi,
e tra questi er'ancor tre pianton soli di peri e meli e di peschi cotogni, a' qual surgea appiè molti figliuoli. Or io non credo che più vi bisogni
di queste parti dette racontare, ma credo ben che 'l vostro core agogni d'udir l'ordin del prato singulare, ch'era nel mezzo del gentil giardino,
che mai non ebbe né potrà aver pare. Dico che 'ntorno intorno ogni confino è tutto 'l prato pien d'un'erba bella agual sì che par nato in un mattino:
serpilli e sermollini e selbastrella, che piantati parien da diva mano con più olor che spezi di cannella. Eravi pien di fior di zafferano,
che avean più freschi e verdi e lor capelli ch'uno ischiantato smeraldo sovrano. Un ciel parea il prato e' fiori istelli, e chi cercassi il ponente e 'l levante
non potrebbe trovare ordin sì belli. E avea 'ntorno più di mille piante d'alberi isnelli, odoriferi e buoni, che paiono a miralle cose sante.
Eravi melaranci e milïoni abeti, faggi, olmi, aceri e pini, pistacchi e cedri e datteri e limoni, frassini, nardo, bossi e ramerini,
corbezzoli, ginepri e arcipressi, laüri e mirti e ulivi e verzini, scope, ginestre, cardi e mor fra essi, sambuchi, noci e perugini e meli,
e salci e giunchi e sanguini con essi, e querciuoli e castagni ritti a' cieli; prugnole, sorbe e nespole v'è fresche, e di balsimo e zuccher cannameli.
Cornioli, aneti v'è saracinesche, ruvistichi e spruneggioli v'avia, e piante greche, franciose e moresche. E 'ntorno intorno a' lor piè si vedia
vermigli fiori, azzurri e bianchi e gialli con ordine composti e leggiadria, rose incarnate e chiar come cristalli, e di mille ragion vivuole e gigli,
ch'un rigoletto par di fior che balli. Po' sopra 'l prato rivolsi e mia cigli e vidi un padiglion di gelsomini e di rosai salvatichi e vermigli.
Non credo che sia in cielo ordin divini sì ben composti e con tante ragioni, com'era questo da tutti e confini. Havi su' rami d'aranci e limoni
co' frutti lor dorati e verdi e 'n fiori, e 'n simil forma cedri e milïoni. E 'n sul prato porgean sì grandi odori tra lor le rose e i fiori e le vivuole,
ch'i' non credo che sieno in ciel maggiori. Udiensi mille versi d'usignuoli, di calderugi, rondine e fringuelli, e tordi montanelli e calenzuoli.
Su per le cime di quelli albucelli isvolazzando si vedevono ire, gran maraviglia a sentigli e vedelli. Po' vidi fra le piante fuori uscire
dimestichi lattizi e ermellini, e insïeme ruzzar con gran disire. Martore vidi e vai e zibelini, cervetti, cavrïuol, conigli e lepri
andare a spasso pe' verdi confini. Giacer ne vidi fra' mirti e ginepri e dimesticamente a me venire, che per paura ignun par che si sepri.
Io non potrei lo 'ntero a punto dire della dolcezza ch'io avea a vedere le fiere andare e gli uselletti udire. Ma vinto questo da maggior piacere,
i' mi volsi coll'animo e col fronte alla più bella parte, al mio parere. Er'a mezzo del prato una gran fonte, d'un marmo tal che neve testé giunta
v'arebbe ricivuto iscorno e onte. Nel mezzo surge una colonna in punta, non fatta manüal, ma ivi nacque, com'opera magnanima indefunta;
di porfido era, e tanto al mio cor piacque gl'intagli ch'ell'avea e le ragioni, e 'n sulla sommità gitta molte acque; e in giù ricadièn con dolci suoni,
che mormorava il fonte singulare, c'ha cinque gradi di bianchi iscaglioni. E dentro vi si vede a schiere andare vibranti pesci, rilucenti e snelli,
e dimesticamente boccheggiare. Qua' mari o laghi o fonti o fiumicelli che' fondi mostrin per la lor chiarezza, o qualunque acque più dolci e più belli,
ch'appetto a quella e alla sua dolcezza non paressino amare, o torbe, o tinte d'una brutta mistura e molta fezza? Non are' Giotto o Cimabue dipinte
le cose ch'i' v'ho conte; col suo istile nolle sapre' mostrare, o vere o finte. I' mi posi a seder nel loco erile sul terzo iscanno e pensavo tuttora
per maraviglia all'opera gentile, istanco di mirar, non sazio ancora.
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