O glorïoso sacro e santo Amore, nascondere non si può per modo ignuno chi ha da te ferito il petto e 'l core, che non dimostri l'amoroso pruno
in istare o andare o 'n fare o 'n dire: sallo chi ha tra voi amor alcuno! Chi avesse, com'io, visto 'l martire che avea quella donna e 'l grand'affanno,
quando piangendo mi cominciò a dire: «I' l'aspettai con festa tutto l'anno e, quand'io vidi pur che non tornava i' mi feci profeta del mio danno.
Molte immaginazion fra me pensava: ‘Forse questa cagione o quella 'l tiene’, talvolta i' riprendea, tal lo scusava: ‘Omè, forse ch'è morto o egli è in pene
d'infermità! — e dicevol piangendo —, e per questa cagione a me non viene’. Ma 'l second'anno e po' 'l terzo seguendo, e similmente il quarto e 'l quinto e 'l sesto,
e ritornare a me non lo veggendo, gridavo: ‘O crudo Amor, che vuol dir questo? Omè, signore Astor, dove dimori? che desti fede di tornar sì presto!’
En simil forma sono e mia dolori com'eran que' di Fille, quando iscrisse a Dimofonte e sua commessi errori. Però, leggendo quel ch'ella gli disse,
mi vedesti cambiar colore e vista, perch'io vivo nel grado in ch'ella visse. Or, seguitando Amor, questo s'acquista! Se tu mi sai di lui parlar nïente,
rallegra l'alma mia dogliosa e trista». I' le risposi: «O donna alta e cremente, rallegrati, ché vive il tuo signore, ma più doglia che tu nel suo cor sente,
perché del par v'ha punti e punge Amore! E, se non è tornato a tua cremenza, la cagion sentirai nel mio tinore. Egli è quindici giorni che 'n Faenza,
leggiadra donna, i' vidi il tuo gran sire e stetti un giorno nella sua presenza. Vidil fra tanti affanni e tal martire che chi 'l dovrebbe atar sì l'offendea,
cercando a studio di farlo morire. E solamente lui si difendea con certi sua graticci e cavalletti, sotto de' quali el suo corpo tenea.
O quant'uomini rei e maladetti vidi sopra di lui farsi gagliardi, minacciando in parole, in fatti e 'n detti! E 'n su' graticci fitti mille dardi
i' vidi, e rovinar migliaia di sassi, e lance e chiaverine e ispingardi. E 'l pazïente sir di sotto istassi a sua ripari, e dicea: "Questa guerra
mi fa chi crederrei che m'aiutassi", Chi carica 'l balestro e chi 'l diserra, chi scocca bombardelle e chi scoppietti, dando battaglia a lui com'una terra.
Chi mena di roncone, lance e accetti, e chi la partigiana o chiaverina gli lancia addosso co' mille dispetti. Chi gran canton sopra' ripar rovina,
e ognora mille sassi par che caschi, e chi colle parole il disciprina. Par che di fargli mal ciascun si paschi, e con armata man gli vanno addosso
gli stran, propinqui e le femmine e' maschi. Chi d'un costato o d'altro l'ha percosso, chi cerca d'acuparli il magno istato e dalla signoria aver rimosso.
Da mille vari modi è lacerato ma d'una cosa, donna, certo sono che chi l'offende pecca nello 'ngrato. Bisogna ben che 'l suo ripar sia buono
a sostenere e fieri e crude' colpi, che son sì tanti o più ch'i' non ragiono. Quant'animi leprin son fatti volpi, quant'almi femminil son per lui fieri,
e chi 'l dovrebbe atar par che lo 'ncolpi! Quanti parlar feroci e stranïeri gli sono istati fatti avanti e dietro, sol per invidia, ché non alzi e 'mperi!»
«O 'ngrata turba, rendesi tal metro a chi con tanto onore acquista fama, che luca più che 'l sol pel chiaro vetro?» In questa forma mi parlò la dama;
po' con un pianto gridava a riciso ad alta voce, e sol la morte brama. Coll'unghie si rigava il petto e 'l viso, e istracciava e vestimenti belli,
e lagrime e sospiri era 'l suo riso. E rilucenti e splendidi capelli, che invidia facieno a que' d'Appollo, rotti e spezzati si potea vedelli.
Graffiavasi la gola e 'l bianco collo, talor percuote l'una e l'altra palma con urli e mugghi tal che dir non sollo. Non credo che tal doglia abbia alcun'alma
nel centro della terra, ove giammai ispirto non sentì bonaccia o calma. Gridava forte: «O signor mio, che fai? Del tuo crudel martir tanto m'incresce
ch'i' ne sentirò sempre affanni e guai. Non ha la metà doglia un vivo pesce fuor dell'acqua, che ho io pel tuo tormento, che per dolore il cor del corpo m'esce».
E poi con doppia doglia e affanno e stento, piangendo, in croce braccia, disse: «Amico, odi quel ch'io vo' dir; deh, stacci atento! Per Dio, prometti a me di far replico
di quel ch'i' ti dirò al mio signore, e mia lamenti e quel ch'io fo e dico. Quando sarai dinanzi al magno Astore, digli con quanti affanni m'hai trovata
e dove e come e con quanto dolore i' ero per la sua non ritornata, e di' che tu m'hai detto la cagione, la qual mi fé la noia dupplicata,
e ch'i' ho del suo mal tanta passione che, s'io potessi, colla mia persona gliel leverrei, e sarebbe ragione. Digli che già portò 'n testa corona
tal che più in giù di lui fortuna 'l pose, e come Dio e buon non abandona». E con mille ragioni ancor m'impose a confortare Astore a pazïenza,
ché con essa si vince molte cose. E con questo parlar mi diè licenza; disse: - I' ti priego e, s'i' posso, comando che non ti fermi finché se' in Faenza
e al signor ti vieni apresentando e fagli manifesto el martir mio e come a' suoi conforti te gli mando e che abbi isperanza al giusto Iddio,
che 'nfin lo caverà di tanta noia e metterallo in grado alto e giulìo. E più gli di' che quando in galdio e 'n gioia sarà, ched e' mi torni a rivedere,
ch'Amor m'offende sì che par ch'i' muoia». I' le risposi: «Donna, al tuo piacere i' sono e sarò sempre, e messo ho 'n sodo d'adempier tutto quanto il tuo volere;
però dammi licenzia in ogni modo». Ella mi licenziò, ed io in cammino mi missi e lasciai lei nel crudel nodo; e 'n questa forma usci' fuor del giardino
e non mi son mai fermo giorno e notti, per ritrovarmi in questo bel confino, innanzi a voi, signor plecari e dotti.
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