Non ebbe tal disio in terra Appollo di poter giugner Danne, che 'n alloro si convertì germinante rampollo, né di trovare alla fonte del moro
Pirramo Tisbe el diputato giorno, com'io di veder te, signor decoro, che se' tanto famoso e tanto addorno; i' dico a te, signore Astor gentile,
che se' da tanti colpi offeso intorno, per parte della donna signorile ch'abbi isperanza in Dio e pazïenza nel loco ove ti truovi infimo e vile;
ché 'n brieve tempo il ciel con suo cremenza ti darà tanta gloria e tanto onore che tu trionferai ogni potenza. Pazïente comporta il gran dolore
e pensa che fortuna non tien fermo istato di vassal né di signore. I' ho veduto già più ch'un vil vermo essere un uomo e poi far salto grande,
e 'n un punto un san corpo farsi infermo. Questo mondo ci dà d'amare ghiande e va ciascun che vive or alto or basso e gusta dolci e ostiche vivande.
Ricordati, signor, che 'n più fracasso e in maggior affanni e in più mali e in più crudo e spaventevol passo son suti imperadori e gran reali,
principi, duchi, marchesi e signori; or pensa un po' coll'almo a questi tali, ché ti parranno e tua martir minori, ché nella aversità l'aver compagni
è alleggeramento de' dolori. A quanti vir famosi grandi e magni cascò in un punto già tutta lor gloria, i' non vi penso mai ched io non piagni.
Deh, recati, signore, un po' a memoria che il gran re Siface de' Numidi a' Roman fece trïonfar la storia; fé mille morti e fra mille micidi
vide la moglie alle man del nimico: or pensa se metteva urla e stridi! Ancor, caro signor, ti mostro e dico che Cadmo, re di Tebe, fu cacciato
della città, che fé; i' tel riprìco. Perse re del suo regno fu privato, Vitelio cesare il popolo romano vide rivolto in sé e nel suo stato;
fu Dario incatenato molto istrano: or pens'a lui e al fuggir di Nerone e Ariba de' Molossi re sovrano, e 'l crudo istento, il duolo e la passione
di Olimpiade e Marco Attilio e gli altri, a' qual la fortuna s'oppone, e molti morti e stentati in esilio, e molti c'han sofferto inique cose,
e con questi, signore, te aumilio. Teseo fé molt'opere gloriose e gli Atteniesi per la Grecia spersi rimisse nelle patrie lor graziose;
e questi tal cogli animi traversi a cacciarlo d'Attene fecion mossa; or vedi, signor mio, uomin perversi. Morì in esilio e non trovò chi l'ossa
volesse che tornassin consentire, per non dar lor nella patria la fossa. I' ti potrei di tanti e tanti dire, c'hanno trovato e lor popoli ingrati
e che vilmente gli han fatti morire. Iscipïone, avendo soggiogati Cartagine e Nomanzia e lor superba e grand'onor della Spagna acquistati,
trovò chi l'accusò con fronte acerba ch'egli era iscelerato e barattieri; or vedi quanto mal fortuna serba, ché fu l'accusa presa volentieri
e fu chiamato nel roman giudizio: o popolazzi ingrati, istolti e fieri! La 'ngratitudine è del popol vizio e di que' che s'aiuton col mal dire
e nel far peggio metton l'essercizio. I' t'ho voluto queste cose dire per farti comportar con pazïenza l'affanno che t'è dato, magno sire.
A te bisogna usare arte e cremenza, finché fortuna volga la sua rota, la quale è mossa da 'ngegno e prudenza. E più, signor mio caro, intendi e nota
che il trovarti tu in cotesto istato sì ti farà iscoprir più d'una nuota. Conoscerai chi t'è amico fidato e chi sono i felloni e i fittizi
e chi t'are' servito e chi 'ngannato, e potrai giudicar con ver giudizi gli amici da bonacce e non d'affanni, perché 'l ver vedi e non giudichi a 'ndizi.
E per util conforto de' tuo danni ti dico che 'n virtù tu sia secondo e che 'n virtù tu spenda e futuri anni. Saratti un grand'onor, signor giocondo,
se con gran zelo e con almo verile conoscer ti farai al cielo e 'l mondo. Or fa' che nel tuo petto signorile non giaccia alcuna nebul di trestizia,
ch'è cosa innorma, iniqua, atroce e vile. Lo spirto tuo t'empia di letizia e nelle riprension la caritàe, e tardo datti e tôti d'amicizia:
la rigidezza mischia d'equitàe, sobrïetà nel cibo, e nel tuo andare continüato sia la gravitàe. Abbi soavità nel tuo parlare,
misura nel dormire, e tardo el riso, e sia veloce e pronto al premïare. A tal t'allegra e a tal turba viso, e sopra tutto abbia freno al tormento
agro punisci, e fa' d'aver conquiso el superbo nimico; e tardo e lento punir tuo cittadino a te richiede e del suo mal ti mostra malcontento.
In ciò che tu consigli usa la fede e abbi libertà nel giudicare, ché nell'uom grande l'error più si vede; e se non vuoi in alcun modo errare,
piglia di tutti e buoni e buoni esempi e farâti in virtù uom sanza pare. E a' tuo mali iniqui, atroci e empi i' ti do per conforto la speranza
che trïonfar faratti e futur tempi. I' ti consiglio e dicoti in sustanza ch'abbi isperanza in Dio alto e sovrano, c'ha d'atar chi lo spera per usanza.
Chi farebbe al villan gittare il grano, se non fusse isperanza, o a' mercanti andar per mare, o per poggio o per piano? Cammillo andò in esilio con gran pianti
e 'n brieve tornò a Roma dittatore con gran trïonfo di drieto e davanti; Alcibiade d'Attene a furore cacciato fu e presto ritornòe
e cogli umani ebbe 'l divino onore. O quanti esempli da mostrare i' t'hoe, che chiunche ispera in Dio capita bene! E però ispera in Lui, ch'atar ti puòe.
La divina bontà infinita ène e sempre tiene aperte le sua braccia, che di misericordia istanno piene. Ispera, signor mio, presto bonaccia
di trïonfare e salire in gran fama, e ogni odio e dolor lascia e discaccia, ch'i' veggo el ciel ch'a gran gloria ti chiama, e vedi che tu se' già 'n tanto onore
ch'ogni potenza italica ti brama. Tu se' fra tutti e cavalieri il fiore, e hai fortuna, e fati, el cielo, el mondo, e gl'imperi e' reali in tuo favore;
e 'n piccol tempo sarai sì giocondo che non sarà verun sopra la terra in grado tal che non ti sia secondo, però che Marte, imperador di guerra,
eletto t'ha per natural figliuolo e per te mille glorie il giorno incerra; e Giove, re del cielo, e l'altro stuolo di tutti quanti e sacri e santi iddei
la grazia lor concedono a te solo. Adunque, signor mio, lascia gli omei e rallegrati in festa, in galdio e 'n gioia con questi tua parenti; e po' vorrei
che, come tu ti senti fuor di noia, velocemente tu vada a vedere quella dama gentil, prima che muoia. E voi, donne e signor, con gran piacere,
quantunch'i' posso, vi suplico e priego che 'l grande Astore amiate, ch'è dovere, perché d'amarlo il ciel non gli fa niego, anzi gli viene ogni sua gloria dando.
Ed io a tutti voi servo mi lego e umilmente mi vi raccomando.
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