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1503–1584

Primo Canto

Anton Francesco Grazzini

Gia fe' la rabbia de' giganti altera a forza salir monte sopra monte, per accostarsi alla celeste spera, e fare a i sommi Dei vergogna ed onte;

ma, fulminando, Giove di maniera percosse a chi le spalle, a chi la fronte, che tutti al fin restar di vita privi, e poi bertucce ritornaron vivi.

Ma ora un gobbo, poeta Pisano, da certi gigantacci, sgangherati ha fatto a' Dei togliere il ciel di mano, tal che pel duol si sarian fatti frati;

se non che dal valor del popol nano l'altro dì fur difesi e liberati, con modi, non so già, se begli o buoni; ma chi lo crede, Dio glie ne perdoni.

Onde per questo un'altra turba infesta surta è di nuovo, altera e disdegnosa; ciurma, gente o genia simile a questa non fu giamai cantata in versi o in prosa:

la qual notte e dì sempre mi molesta, che di lei canti con rima orgogliosa; ond'io forzato sono a questa volta, di scriverne, cantando a briglia sciolta.

Ma dove andrò per chi favor mi dia, se gli Dei son da meno or che i mortali? Già non piegherò in giù la fantasia a ritrovar gli spiriti infernali.

Divota dunque a voi la Musa mia si volge, o mostri invitti ed immortali: date sussidio e soccorso al mio canto, mentre di voi l'opere orrende io canto.

Non per arte di streghe, o per incanti s'ingenerar questi mostri villani; ma fegli la natura tutti quanti, contro a sua voglia, sì feroci e strani:

molti han la testa e i piè come giganti nel resto poi sono sparuti e nani: chi ha due capi, tre piedi e tre braccia chi d'assiuolo, e chi di bue la faccia.

Ma per che si dirà di mano in mano le lor fattezze, quando tempo sia; i nomi e l'armi e quel ch'egli hanno in mano restin da parte omai, vengasi al quia.

Or per che 'l mio cantar non segua in vano, sappiate che di questa baronia, quei sono i più gagliardi e i più saputi, ch'hanno dietro la coda, e son cornuti.

Nell'Affrica diserta, abbandonata, ove Caton fu per morir di sete, una pianura è grande e sterminata quanto con gli occhi mai guardar potete;

quivi la setta già de i mostri armata minaccia il ciel, le stelle e le comete, e vuole, innanzi che ne venga il verno, disfare il cielo, e rovinar l'inferno.

E Finimondo, ch'è lor capitano, affetta, taglia e squarta a più potere: questo dal mezzo in suso è corpo umano, da indi in giuso è poi lupo cerviere:

e per ch'egli ha due visi come Giano, può innanzi e 'ndietro a sua posta vedere, senza voltarsi: e non vi paia poco; e l'armadura sua tutta è di fuoco.

Scambio di spada egli ha una facellina, dove sta sempremai la fiamma accesa: con essa mette ogni cosa a rovina, che non se gli può far schermo o difesa;

lo scudo è una chiocciola marina, in cui dipinto ha la sua bella impresa: dove, nel campo azzurro fra due porte, il diavolo è che strangola la morte.

Non adoprò costui giamai destriero, per ch'egli ha quattro piè come un cavallo poi è nel corso sì presto e leggiero, che cosa alcuna non puote agguagliallo:

un altro mostro appresso ardito e fiero, dopo il gran Finimondo entra nel ballo, ch'acquistò già cogli Orchi eterna fama, e Radigozzo per nome si chiama.

Costui di porco ha il viso; ma la testa cornuta è dopo a guisa di montone: il petto e 'l corpo, che par fatto a sesta: e le braccia son poi d'uccel grifone:

l'avanzo delle membra, che gli resta, fate conto che sia di storione, dalle cosce, le gambe e i piedi in fuori, che son di nibbi, di gufi e d'astori.

Cavalca per destriere un uccellaccio, ch'è quasi grande com'un liofante: ha l'armadura sua tutta di diaccio, della qual s'arma dal capo alle piante.

Costui non vuol che gli sia dato impaccio; per ch'è superbo, altiero ed arrogante: e nell'insegne porta, e in sul cimiere il sollion, che si mette il brachiere.

Non porta scudo, né spada, né lancia, come facevan già gli antichi eroi; ma colle zampe altrui dona la mancia, armate d'ugna, che paion rasoi.

Un altro poi, che sempre ride e ciancia, e tutti allegri sono i gesti suoi, seguita dopo benigno e soave, che si fa nominare Pappalefave.

È grosso e grasso come un carnasciale, fresco nel viso, e va sempremai raso: un bel capone ha grande e badïale, che fatto nella madia pare a caso:

i piedi solo ha di quello animale, che fe' volando il fonte del Pegaso: ed è armato dal capo al tallone di pelle rosolata di cappone.

Di spada ha in vece, o di baston ferrato, uno stidion, non già da beccafichi, ma da infilzare ogni grosso castrato: con questo facea gli uomini mendichi;

mena di punta, ed arebbe passato un monte, non di pesche né di fichi, ma di diamanti: e nello scudo avea, e per cimiere un Lanzi che bevea.

Dopo costui seguiva Malandrocco, che piedi e cosce e busto ha di serpente; ma capo e collo e viso ha poi d'allocco, e le braccia e le man, chi pon ben mente,

paion là di quegli uomin del Marrocco, neri e piccin, ma son gagliarda gente: un toro ha per destrier, che salta e sbuffa: e l'armadura sua tutta è di muffa.

Ha per sua spada in mano una scoreggia, la quale ognun fuggiva volentieri: l'arcobaleno, che Giove scoreggia, portava nello scudo e per cimieri.

Forasiepe, che pare una marmeggia, vien dopo a questi mostri orrendi e fieri, che 'l capo ha sol di tigre, e 'l resto è tutto d'un omaccin sparuto, secco e brutto.

Costui è traditore e mariuolo e becco e ladro e soddomito e spia: va fuor di notte il più del tempo e solo, avendo in odio assai la compagnia;

porta, scambio di spada, un punteruolo, col quale ha fatto intera notomia, a forar trippe: e dal capo alle piante armato è tutto di carta sugante.

Per cimier porta il tristo, e nello scudo dipinto e sculto maestrevolmente sopra una torre un fraccurrado ignudo, che ride e tien per la coda un serpente.

Un altro mostro dispietato e crudo seguita dopo questo immantanente, ch'è uomo e donna e lionessa e cane, e chiamasi il superbo Sparapane.

Di nebbia ha la panziera e 'l corsaletto, la corazza, le falde e gli stinieri: di nebbia ancora i bracciali e l'elmetto, coll'altre armi, ch'a lui fan di mestieri:

ha per sua impresa un idolo in farsetto: e mena una giraffa per destrieri: non porta spada o scimitarra allato, ma in quella vece adopra un coreggiato.

Un altro mostro feroce e gagliardo vien dopo lui, pien d'ira e di furore, mezzo gigante e mezzo liopardo, armato tutto quanto di savore:

costui per nome è detto Succialardo, che per insegna porta a grande onore sopra l'elmetto e nel scudo dipinto Febo, che porta a pentole Ghiacinto.

Nella man destra un paio di vangaiuole tiene, e nella sinistra un frugatoio: fa con quest'arme pazza ciò ch'ei vuole, mettendo questo e quel nel serbatoio.

Guazzaletto, che fa poche parole e molti fatti, ma nello scrittoio, vien dopo: e della guerra ha poca pratica, tenendo scuola a i mostri di gramatica.

Pecora è tutto quanto da un lato, dall'altro è mezzo arpia, mezzo civetta: è di cuiussi tutto quanto armato, che non gli passerebbe una saetta:

e porta nello scudo divisato un pedante, ch'uccella alla fraschetta: ha per spada un tocco grosso in mano, di quegli ch'ammazzar già San Casciano.

Struggilupo ne vien dopo costoro tanto crudel, ch'io mi vergogno a dillo: le cosce, e 'l petto e 'l corpo ha di castoro, da indi in giuso è tutto coccodrillo;

ma le braccia e la testa ha poi di toro: furioso sì, che par ch'abbia l'assillo in corpo, dico, e per cacciarlo fuora, rompe ogni cosa, straccia, spezza e fora.

Il suo destrieri è 'l caval Pegaseo, per batter l'ale e per correre intento: indosso ha tutte l'armi di Perseo, che (come scrive Ulisse) fur di vento:

ha per insegna la lira d'Orfeo, che gli lasciò Catullo in testamento: e quella, come sia sua duce e scorta, sempre nel scudo e sopra l'elmo porta.

Scambio di stocchi, spade e mazzafrusti di gru porta una penna temperata: con essa mena colpi aspri e robusti: con essa uccide e storpia la brigata.

Dopo costui tra i più grossi e i più giusti, vien Fieramosca, una bestia incantata: gigante è tutto, eccetto ch'ha la faccia d'asino ed ha tre piedi e quattro braccia.

Dilettasi costui d'uccelli e cani; però ch'ei caccia e volentieri uccella: non porta spada od altro nelle mani, ma colle pugna gli uomini sfragella,

menando mostacciate da cristiani, a cui non giova elmetto, né rotella: caval non vuol, né insegna, né armadura, tanto si fida e in sé stesso assicura.

Salvalaglio vien dopo giovinetto, un mostro veramente bello e vago: ha di donzella i fianchi, il corpo e 'l petto, il resto è tutto poi di verde drago,

eccetto il volto, ch'è d'un angeletto biondo e ricciuto: ha propriamente immago, di liocorno: un corno ha per sua spada, e l'armadura fatta di rugiada.

Non ebbe Croco mai, non ebbe Adone, né sì gentil, né sì candido viso: saria potuto stare al paragone del bel Ghiacinto e del vago Narciso.

Giove gli volle già dare il mattone; ma fu per rimanerne al fin conquiso: porta nel scudo, e sopra l'elmo fido in una gabbia ritrosa Cupido.

L'ultimo al fin di tutti Guastatore ne viene in atto villano e feroce: costui co i gridi altrui dava la morte, tanto avea fiera e spaventevol boce:

l'arebbe il re Bravier, di lui men forte, fuggito, come fa il diavol la Croce; ma poco grida la bestia superba, ch'all'ultimo bisogno lo riserba.

Però che in scambio di spada o bastone portava dì e notte sempre allato un grande e grosso e ben fatto panione, che gli ha già mille palme, e mille dato:

e per insegna nel suo gonfalone di seta e d'oro aveva divisato Venere, che cavalca una testuggine: e l'armadura sua tutta è di ruggine.

Di cerbia ha il collo, la gola e la testa, l'avanzo poi è tutto d'uom salvatico. Or qui de' mostri fieri ha fatto testa il popol tutto di combatter pratico:

e pien di rabbia, d'ira e di tempesta bestemmia il ciel, per ch'è pazzo e lunatico: e 'n vista tale appare orrenda e scura, che farebbe paura alla paura.

Dodici sono, ed ognuno è di mille mostri strani e diversi capitano: Orlando taccia qui, stia cheto Achille, nascondisi Ruggier, fugga Tristano:

fiamme gettan costor, non pur faville, rimbomba d'alte grida il monte e 'l piano; tal che gli Dei con gran timore stanno, aspettando di corto scorno e danno.

E ben che 'l re famoso de i pimmei sia in loro aiuto, e i nani trionfanti; Saturno, ch'è 'l più vecchio fra gli Dei, veggiendo stare il cielo in doglie e 'n pianti

rivolto a Giove disse: «Io loderei che tu tornassi vivi i fier giganti, e torgli in tuo soccorso, per ch'io veggio che 'l mal ne preme e ne spaventa il peggio.

Tu sai come Fialte e Briareo, cogli altri lor fratei gagliardi furo; se ti sovvien del caso acerbo e reo, quando appena da lor fu il ciel sicuro:

or se tu torni vivo Campaneo con tutti gli altri, e qui nel chiaro e puro regno gli metti armati in tuo favore, danno non dei temer né disonore».

Piacque a tutti gli Dei generalmente quel buon consiglio di quel vecchio santo. Or chi brama d'udire interamente la bella storia, che segue il mio canto,

stiagli fitto attraverso nella mente di venirmi a scoltar nell'altro canto, dove cose di fuoco e di saette, di tremuoti e di vento saran dette.

Voi sentirete prima come Giove tornò vivi i giganti in un momento: e come quegli poi, per far gran prove, dieron co i nani le bandiere al vento,

e n'andaro a trovare i mostri, dove la terra e l'aria empievon di spavento; ma gli Dei, stando pur sodi al macchione, restaro in ciel a far fare orazione.

Ma non valse nïente, per ch'al fine, dopo una zuffa fiera e maladetta, quelle anime gentili e pellegrine de i giganti e de i nani ebber la stretta.

Questa non fu delle maggior rovine, che sia stata giamai veduta o letta; poi che i nani e i giganti restar tutti, nel sangue involti, imbrodolati e brutti.

Laonde i mostri poi vittorïosi Inverso il ciel presero a camminare: dove gl'Iddei tremanti e paurosi avean disposto di non gli aspettare:

e per vïaggi incogniti e nascosi s'eran fuggiti, e senza altro indugiare, tutti quaggiuso ne i paesi nostri, lasciando voto il ciel in preda a i mostri.

E così sotto forme varie e strane tra noi si stanno pien di passione: chi pare un lupo, e chi somiglia un cane: chi s'è fatto giovenco, e chi montone:

Febo s'è convertito in pulicane, Venere in lepre, e Marte in un pippione, Giove in bertuccia: e con doglia infinita van qui e qua buscandosi la vita.

Al fine intenderete per qual via i mostri se ne andaro in paradiso: come preser di quel la signoria, dov'or si stanno in festa, in canto e 'n riso;

onde più tempo già la carestia, i venti e l'acqua il mondo hanno conquiso, né tra dicembre e maggio è più divario, e par che vada ogni cosa al contrario.

Or qui si potrian dir sei belle cose; ma forza m'è tener la bocca chiusa; per che certe maligne e cancherose persone poi mi fanno cornamusa:

e travolgono i versi e le mie prose più stranamente che Circe o Medusa non fer le genti già nel tempo antico; ond'io mi taccio, e null'altro ne dico.

Ma pensate da voi, buone persone, sendo ora il ciel da i mostri governato, che possono ir l'anguille a pricissione, e le lumache e gli agli far bucato:

hanno fatto la pace di Marcone la penna, l'ago, la scuola e 'l mercato: tal che la ciurma fa rammarichio: intendami chi può, ch'i' m'intend'io.

Ma per non far più lunga intemerata, a voi mi rivolgo or, padre Stradino, e prego voi pel vostro Consagrata, per Namo di Baviera e per Mambrino,

per l'Accademia che vi fu rubata, per l'anima di Buovo paladino, che voi abbiate cura a questo, intanto ch'io compongo e riscrivo l'altro canto.

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