Se ghiribizzo venissi agli Dei di farmi grazia, e mi dicessin: «Chiedi, chiedi ciò che tu vuoi, che aver lo dei»; dimmi di grazia, amico mio, che credi
tu ch'io chiedessi finalmente loro? Ben vo' veder, se tu se' ne' miei piedi. Non pensar già ch'io sia sì puro e soro, che dove Mida, volgessi il pensiero:
vadin pure al bordel l'argento e l'oro. Né creder ch'io abbia anche desidero, ch'ognun mi si sberretti e renda onore: io non istimo queste pompe un zero;
perché più tosto ch'esser mai signore, eleggerei ogni misero stato: sia pur chi vuole, o re o imperadore. E non mi ci correbbe anche il soldato,
s'io fussi ben gagliardo più che Achille, o come Orlando, o Ferraù fatato. E men di vacche e buoi a mille a mille torrei gli armenti, ed abitar col gregge,
sonando la zampogna per le ville. Né anche ministrar di Dio la legge vorrei con quei prelati grossi e grassi che fanno profumate le coregge.
Né quei piacer torrei, né quegli spassi, ch'altri han studiando, per farsi immortali: io so ch'io vorrei ir piano a' mai passi. Canchero venga all'arti liberali;
ché spesso son cagione altrui di fare Patir mille disagi e mille mali. Ma chiederei di grazia l'impazzare: qui sol ben volgerei la fantasia;
ché sendo pazzo crederei sguazzare. Or dunque questa volta, Musa mia, spogliati, prego, in camicia e 'n capelli; poi ch'io ho preso a lodar la pazzia:
e sganghera le toppe e i chiavistelli del capo mio; tanto che nel cervello versi mi metta sdrucciolanti e belli; ché questo, questo è quel suggetto, quello
suggetto, ch'io tant'amo e tanto onoro, quanto d'ogni altro è migliore e più bello. Va, di' che come la scïenza e l'oro esser mai possa la pazzia trovata;
ch'ella non ha né ordin né decoro. Dunque in van s'affatica la brigata a cercarne con arte e con ingegno; perché ell'è grazia dal ciel gratis data.
Or entrando io nel pazzeresco regno, distinguer son forzato e separare pazzo da pazzo, e por termine e segno. Che s'io volessi su le cime andare,
tutti siam noi come i popon di Chioggia, e tutti ci possiam per man pigliare. Chi più, chi men, nel fine ognun n'alloggia; ma pochi sono in ciaschedun paese,
ch'abbin pazzia di quella buona foggia. Io lascio andare i pazzi alla Sanese, pazzucci e pazzerelli: e non sta bene chi non ha largamente il ciel cortese;
però che sopratutto esser conviene, chi vuol goderci, pazzo daddovero, affatto, affatto, affatto, e bene, bene. Se no, gli stenta: ed è un vitupero,
vederlo andar sì follemente aioni, pien di dubbia speranza e di duol vero. Ma chi brama veder de' begli e buoni, l'esempio chiaro guardar gli conviene,
Giovanni appunto, il pazzo de' Falconi: quel che tanto ciarpane addosso tiene, penne, nappe, mazzocchi e medaglioni, ch'un asin ne saria carico bene.
Sta tutta la mattina ginocchioni ne' Servi, in santa Croce, in san Sebastiano, alla Messa sonando i zufoloni. Poi forniti gli uffici a mano a mano,
si parte, ogni uom lo chiama e lo saluta; beato, è chi gli può toccar la mano! Questa è la vera gioia non conosciuta: felice sol chi pazzo vive gli anni,
e nella verde e nell'età canuta! Questa è la vera vita senza affanni: non può nel pazzo la disgrazia ria; ma gode il ben, senza temere i danni.
Forse che mai la guerra, o la moria gli dà dolor? forse quest'anno ancora al Turco pensa, ed alla carestia? Forse ch'ei dice: «Se non si lavora,
o mi morrò di fame, o andrò accattando?»: il che pure a pensare altri addolora. Ma d'ogni tempo ride e va cantando: ognun ha per amico e per parente:
e crede esser ognuno al suo comando. Fassi signor dal levante al ponente: e come fosse ver, né più, né meno, ne va facendo il grande infra la gente.
Non tien conto di nuvolo o sereno: né freddo o caldo mai non lo tormenta: né cura i panni suoi, com'e' si sieno. Sia che vivanda vuol, la lo contenta;
e' mangia in ogni tempo e 'n tutt'i lati: senza pensier la notte s'addormenta. Si possono impiccare i magistrati, ché indarno son le loro esecuzioni,
non sendo i pazzi alle leggi obbligati. In van dunque per lor son le prigioni, indarno la mannaia, le forche e 'l boia, birri, notai, richieste e citazioni.
Quel chiacchierin d'Amor non dà lor noia: non han martello, non han gelosia, una man basta a cavar lor la foia. Non dà lor doglia, né malinconia,
se muore il padre, la madre, o 'l fratello, parente, o amico, o sia quel che si sia. In somma non si stillano il cervello in questa vita, né dell'altra han cura:
hanno ogni cosa per buono e per bello. La morte, a noi così spietata e dura solo a pensar, non temono: e non hanno dell'inferno e de' diavoli paura.
Poi quando vien che per morire stanno, non han pensier di moglie o di figliuoli: e le ricchezze non dan loro affanno. Fuggono ancor mille e mill'altri duoli;
ché come se gl'andassero a dormire, parton di questa vita allegri e soli. Non dan cagione a chi pianga, o sospire: e come degni, in questa bocca e 'n quella,
lascian di lor molto tempo che dire. O pazzia dunque dolce, buona e bella, contr'a' colpi di morte e di fortuna refugio, scampo, armatura e rotella;
non può già sotto 'l cerchio della luna, nobile, ricca, o allegra ritrovarsi cosa che ti somigli in parte alcuna. Tu sol fai gli uomini lieti al mondo starsi:
tu sol senza le mosche doni il mele: e pigliar pesci fai senza immollarsi. Ma per non essere tenuto infedele, io non vo' dir che doverria la gente
darti l'incenso ed arder le candele; ma sì pregare Dio divotamente ben doverrebbe ognuno, e domandare non sanità di corpo né di mente,
né grazia alcuna in terra, in cielo, o 'n mare; ma di quella del sacco e della fine pazzia gli desse quanto si può dare. Queste sarebber le grazie divine;
così avventuroso, anzi beato si potrebbe chiamare uno alla fine. Resta or in pace: io vo' pigliar comiato da te, pazzia gentile, e tornar poi;
per ch'io non t'ho, quant'io dovea, lodato. Ma, di grazia, perdonami, se vuoi, ch'io so che tu vorrai, sì se' galante e sì cortesi son gli effetti tuoi.
Perché con stil più dotto e più sonante spero ancor dir quel ch'ora indietro lascio; ed un animo ho proprio di gigante, ben ch'alle spalle mie sia grave fascio.
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