Io non posso pensar come si sia taciuto tanto tempo e tanto quello ch'or si mette a cantar la Musa mia: ché il ciel m'ha dato un suggetto sì bello,
che posto al paragon con qual si voglia, fia come assomigliar l'oro all'orpello. Né prima ho messo il piè dentr'alla soglia, che ripensando al faticoso calle,
mancar sento il poter, crescer la voglia. Quest'è troppo gran peso alle mie spalle, volendo, folle, a dir metter l'ingegno, la vera gloria e l'onor delle palle.
E per ben ch'io conosca ch'a più degno spirto conviensi, chi me n'ha pregato fa ch'a dirne sicuro e lieto vegno; e sotto il nome suo alto e pregiato,
farò le lodi lor chiare sentire dal basso centro al bel regno stellato. Né mai tal'opra crederei finire, Vico Salvetti mio, s'io non v'invoco
in cambio a Febo, a darmi forza e ardire. Ma non vi paia, o gente sciocca, poco; dove si vide uom mai di sessant'anni che giucasse sì bene a questo giuoco?
La palla è giuoco allegro e senza inganni, e giusto sì, che se ne tien ragione, com'a chi compra, o vende drappi, o panni; e come anche son varie le persone,
sono a noi vari i suoi giuochi dimostri, alla grossa, alla piccola, al pallone, alla corda e co' trespoli e ne' chiostri; ma più mi par che s'usi e si confacce,
giucare al tetto ne' paesi nostri, dove si fan gran colpi e lunghe cacce; però diletta a molti, ma più giova il giuoco della palla alle due facce.
Ha questo seco una dolcezza nuova, che non l'han, gli altri e non lo crederia chi non n'avesse già fatto la prova. Ben, alle qualch'altro giuoco ancor ci sia,
e questo più bramato dalla gente, che da chi incetta il gran, la carestia. Ma questo e tutti gli altri son niente press'a un altro, che tal è fra loro,
qual'è fra l'altre stelle il sol lucente. Questo è sì vago e sì degno lavoro, che non si può agguagliarlo a cosa alcuna, se già non fusser dell'eterno coro.
Né s'è trovato ancor sotto la luna, chi ben l'intenda, se non Fiorentini, e per questo più grazia in lui s'aduna. Taccino insieme i Greci ed i Latini,
perché giamai non vide Atene e Roma spettacoli sì belli e pellegrini. Nuovo abito e color, nuova idioma quest'ha dagli altri e trovasi in Fiorenza,
che Calcio è detto, e Calcio ognun lo noma. Vuol questo molte parti aver; ché senza alcuna d'esse, si farebbe oscura la fama sua, ch'è di tanta eccellenza.
Bisogna alla stagion prima por cura, ché non sempre si giuoca, e dopo andare con ordine, con regola e misura. Così perché non puote ognun giucare,
ché nol fa ben se non la gente avvezza, uomini abili ed atti a ritrovare. Richiede sopratutto giovinezza; perch'assai più che sperienza, vale
animo, gagliardia, lena e destrezza. Quest'è un esercizio fatto tale, chi vecchi abbaiar possono a lor modo, che sempre giucheranno poco e male;
perché non giova dire: io fui già prodo, io feci, io dissi, e poscia al paragone restar come colui ch'è colto in frodo. Insomma voglion per questa cagione
giovini tutti e ben fatti ugualmente essere a questo giuoco le persone. Buone gambe e buon occhio parimente a quei ch'inanzi van, par si richiedino,
e che gagliardi sien tra l'altra gente. Gli sconciator, che dopo lor succedino, bisogna molto avvertir nello scegli, che tutti gli altri di fortezza eccedino;
perch'il pondo consiste quasi in quegli del Calcio tutto, e poi dopo i datori destri sieno e veloci come uccegli. Ma perché più s'inalzi e più s'onori,
o divisa o livrea se li conviene, di variati, leggiadri e bei colori. Pur senza ancor si fa, ma non mai bene come a divisa; il veder vago mostra
ch'ogni bellezza in questo si contiene. L'aria ridente e lieta si dimostra, quando venir si veggon poi 'n sul prato a coppia a coppia insieme a far la mostra;
e mentre che gli aggiran lo steccato, si sente intorno di vari strumenti un suon, che par ch'il mondo sia rinato. Uomini e donne stanno lieti e 'ntenti
a rimirar per l'alta ammirazione, e di stupor ripiene hanno le menti; quando dopo non molto si dispone che cominciar si debbe il Calcio, e 'ntanto
ciascuno al luogo suo si mette e pone. Ma per ch'ognuno aspetta, il pregio e 'l vanto, i colpi, i modi e i tempi a ricordare si sforzano i maestri d'ogni canto:
questi seguir, quei debbino schifare, come e 'n che parte, e chi corra e chi stia, altri debb'ire innanzi, altri sconciare, e chi per questa e chi per altra via,
alla palla, al nemico, al fallo badi, altri la lasci andare, altri le dia: e dove spessi sieno e dove radi; ma sopratutto ch'al suo luogo attenda
ciascun, secondo l'ordin fatto e gradi. Come talor che fuor di muro, o tenda, l'un esercito incontro all'altro è posto, ch'ognuno aspetta ch'il nimico offenda,
e sol gridi e minacce di discosto s'odono allor; ma come il primo muove gli altri di poi gli seguon dietro tosto: così costoro, accinti all'alte prove,
sospesi stan mirando, ognuno attento come al nimico nuoca ed a sé giove. Ma come l'è battuta, in un momento di qua, di là, con alta meraviglia
si veggono infuriati darvi drento; e 'n un tratto ogni cosa si scompiglia, e gridar s'ode l'una e l'altra parte: lascia andar, tieni, sconcia, para e piglia
Deh! com' a mirar giova a chi in disparte agiato stassi, l'allegre contese, dove un mostra la forza, un altro l'arte! Ma il bell'è quand'e' vengono alle prese,
che van sossopra, onde si veggon spesso otto, o dieci persone in terra stese. E molte volte un giovine e concesso di toccar ad un pover compagnetto,
ch'in altro mo' non gli saria mai presso. Quest'è un largo dono, un gran diletto, che se v'è alcun tra gli altri che ti piaccia, tu 'l segui tanto che vieni all'effetto;
poi fai le vista ch'ei ti sconci o impacci, in tanto le sue membre vaghe e belle a dispetto del ciel stringi ed abbracci. Sempre la palla in queste parti, e 'n quelle,
or terra terra andar ratta si vede, or par che vogli trapassar le stelle; or l'una parte l'altra tanto eccede che non par che vi possa esser rimedio,
poi 'n uno stante nel contrario riede. Forse col lungo dir anchi' io v' attedio, com'intervien d'una caccia talvolta, che spesso a' circostanti viene a tedio.
Non fa prima la palla in terra colta, che la si vede con rabbia e furore tosto da i giucator presa e raccolta; e qualcun che fra gli altri è corridore,
ne va con essa in fin quasi al fin giunto, poi inciampa e casca in sul bel dell'onore, perché gli è da nimici sopraggiunto: poi per forza d'un pugno all'altra banda
la palla è quasi in un medesmo punto. Tosto l'altro datore in su la manda, quell'altro la ripiglia e 'n un baleno dall'altro canto a furia la rimanda.
Io lascerò pel dolce aer sereno in su e 'n giù la palla irsene a volo e de' bei giucatori il prato pieno; così di vaghe donne un lieto stuolo,
che danno più che il sol splendore al giorno col chiaro lume de' begli occhi solo, e cuopron le finestre intorno intorno e fan parere il lieto giuoco ancora
con la lor vista più leggiadro e adorno: e voi mi scuserete che per ora le rime mie non muoverè più avante, tanta dolcezza sento dentro e fuora.
La palla in ciel fra l'altre cose sante si rimarrà, abbiate pacienza, per ch'io non son di farla esser bastante e così può pigliar, chi vuol, licenza.
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