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1503–1584

70

Anton Francesco Grazzini

State in cervel, non vi guastate il viso, che Tartaro paiate o Lestrigone; onde moviate a paura od a riso nel rimirarvi il più delle persone.

L'avere il volto in due parti diviso, l'una da vecchio, l'altra da garzone, con quei gran mustacchioni, e raso il mento, o rider fanno, o danno altrui spavento.

Non lodo già che quei barbon bestiali, lunghi, larghi e distesi siano usati, che fanno gli uomini parere animali, e stanno ben solo a' romiti e frati;

ma gli uomini gentili e principali doverrien far com'han fatto i beati, tenere il mezzo, e lasciare gli estremi, pien d'ogni vizio e d'ogni virtù scemi.

Ahi! quanto il ciel, la fortuna, o la sorte lodar debbon le donne, a cui non danno le barbe, o folte o rade, o lunghe o corte, o tonde o quadre, mai noia od affanno!

Ma gli uomini (ch'a pensarlo è una morte) usanze nuove mutan quasi ogni anno; ma fra le più storpiate e le più brutte, questa de' mustacchi or le passa tutte.

Un de i più cari amici, e de i maggiori, ch'io possa avere, o che mai abbia avuto, senza aver le traveggole o i bagliori, l'altr'ier non fu da me riconosciuto.

Oh barbieri assassini e traditori! Ma che dico io? il mal tutto è venuto da' Fiorentin, cervelli vari e infermi, che giran sempre e non istan mai fermi.

Certi avean già sì vago e lieto aspetto, che facevano ognun meravigliare: né si potean senza gioia e diletto e gran dolcezza in viso rimirare;

or tal porgono altrui noia e dispetto, ch'a mala pena si posson guardare: e di spiriti angelici e divini son tornati Astarotti e Calcabrini.

Chi volesse ritrar qualche assassino, o come voi direste, o Giuda o Gano, o veramente Pilato o Longino, o ceffo o grifo più fiero e più strano

di qualche bertuccione o babbuino, non gli converrebbe ir troppo lontano: e senza ricavarlo dall'antico, un di costor ritragga, ch'io vi dico.

Al tempo già che della città nostra il gran duca Alessandro era padrone, il far del viso suo sì strana mostra era da giocolare e da buffone:

pur questa usanza ancor non si dimostra universale in tutte le persone: sol l'usan certi per esser tenuti più feroci degli altri e più astuti.

Non doverebbon gli uomini attempati e manco i vecchi questa usanza usare, che mostran certi grifi rincagnati da fare i cimiteri spiritare:

mertano i giovin d'essere scusati, se fanno quel ch'agli altri veggon fare: e poi, per dire il vero, assai gli scusa, il poter dir, noi facciam quel che s'usa.

Gli antichi esser direbbon questo un segno, che chiama i Turchi, e che i Turchi verranno superbi ad abitar nel tosco regno, e noi meschin d'Italia caveranno;

ma che sortisca un caso tanto indegno, e con sì gran vergogna e nostro danno, (miseri noi!) non piaccia in cielo a Cristo; ma torni vano uno augurio sì tristo.

Questo ch'io vi scriv'or tenete a mente, non fate come ha fatto quell'amico, ch'esser gli par sì savio e sì prudente, che nulla ha fatto mai di quel ch'io dico:

e dove amarmi come buon parente doverria, m'odia come rio nemico; ché 'l ver dicendo altrui, questo interviene, che spesso si riceve mal per bene.

Non ho potuto mai lo indovinare trargli del capo, né la poesia, della qual nulla nulla sa parlare, e poco poco della strologia;

ma poi ch'io vidi i miei ricordi andare d'effetto voti, per la sua pazzia, fatto pensier di mai più non parlarne, lo lasciai in preda al mondo ed alla carne.

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