Già quaranzette e mille cinquecento correvon gli anni del nostro Signore, quando d'agosto in mezzo all'acqua e 'l vento restar gli Umidi asciutti e senza umore:
onde di doglia piena e di tormento l'Accademia, e di rabbia e di furore, tenendo in verso il ciel le luci fisse, così piangendo e sospirando disse:
«Chi non ha 'l cor di ferro o di diamante, e l'anima di vipera o di drago; chi non è in tutto sfacciato e furfante, e di malfare e tradimenti vago,
pien d'affanni e di duol si faccia avante; e vedrà me, che di lagrime un lago verso dagli occhi, ed aspra compagnia tengo co' miei lamenti a Ghieremia.
O Ghieremia, se tu fosti tradito, io son restata lacera e smembrata: se tu già fosti poeta gradito, anch'io già fui Accademia onorata:
se tu rivolto in volgar sei fallito, io son peggio che morta e sotterrata; poi che pur m'hanno condotta in bordello, l'Etrusco, l'Arameo, l'Oscuro e 'l Gello.
Come alla Chiesa proprio primitiva è intervenuto a me, né più né meno; che, quando ell'era povera, fioriva e rendea il frutto suo dolce ed ameno;
ma poi che fu di povertade priva e ch'ebbe d'oro le mani e 'l seno, gli ordini buoni fur sommersi tutti, e non ha fatto poi né fior né frutti:
per ch'i ministri e i suoi governatori, già buoni e santi, ed or falsi e mendaci, al vil guadagno intenti, di pastori tornaron nella fin lupi rapaci:
così nel corpo mio fer quei maggiori, quei più prosuntuosi ed audaci, e l'avarizia seguendo empia e ria fanno del consolato mercanzia.
Ove son or quei primi fondatori, gli antichi valorosi Umidi miei, per cui, con mille eterni onori, m'alzai volando al regno degli Dei?
Pur gl'invidiosi, ambizïosi cori, e l'avarizia, ohimè! degli Aramei han tanto fatto alfin, che di quei priva, morta non son, né son restata viva.
Dove se' tu, feroce messer Goro? esci oramai, esci di pazzeria, vien saltando e mugliando come un toro a squinternar la tua filosofia;
tu sei Astolfo, ed hai la lancia d'oro, e lor son ciurma della Pagania: getta rovescio e manda a capo chino Pilato, Caifasse, Anna e Longino.
E tu, Lasca, che fai, o che aspetti? vuoi tu tanto indugiar ch'io sia basita? non sai che mediante i tuoi sonetti speranza ho da chi puote avere aita?
non bisognano aver tanti rispetti, metti a mio conto o ceffata o ferita, o bastonate, o galee o prigioni, e dì cantando pur le tue ragioni.
Non sai tu ch'i poeti han privilegio, e non istanno sottoposti a legge? dicon le lodi altrui, come il dispregio, lasciando star sol chi governa e regge.
Or dunque sendo del sacro collegio delle Muse e d'Apollo, le coregge puoi far dietro agli Scribi e a' Farisei, te stesso difendendo, e gli onor miei.
E' gli hanno più sospetto e più paura de' versi tuoi, che del diavolo assai; e se tu pon bene avvertenza e cura, nessun di lor non ti rispose mai:
non posson tutti star teco alla dura, perché gli hanno lo stil de' calzolai, e le sgarbate loro invenzïoni son poi da pizzicagnoli e trecconi.
Dietro ti seguirà Mon della Volta, e Gismondo Martelli in compagnia: l'uno è componitore a briglia sciolta, l'altro è pien di dolcezza e leggiadria:
onde dipoi con riverenza molta s'inchina ad ambo duoi la poesia: così tutti gli altri Umidi verranno a metter gli Aramei a saccomanno.
Ben mi posso doler di Pandragone, cioè del vecchio mio padre Stradino, ch'è stato il primo a volgermi il groppone, sì come traditore e malandrino;
io sudo tutta per la passïone veggendol dalla parte di Caino, per ch'ad un grido sol del Consagrata tremava tutto Neri Dortelata.
Quest'è quel goffo e quel malvagio Neri, che m'ha fatta uccellar da tutto il mondo; hammi fatto la zuppa nel panieri, e quasi quasi veder finimondo;
ma s'io fussi per sorte balestrieri, gli ficcherei una freccia nel tondo. Orsù, poi che più innanzi andar non lice, basta, ch'io lo guarrei delle morice.
Giovane, bella già, leggiadra e lieta passai felicemente i giorni e l'ore, quando alle glorie mie non era meta, al tempo già dell'Umido valore:
ora a vespro ed a nona ed a compieta, e vecchia e brutta ho vergogna e dolore, poi che d'imperatrice e di regina son tornata fantesca e concubina.
Il primo che dovea mia scorta e guida essere in questa tenebrosa valle, secondo la poetica del Vida, m'ha rifiutato e voltomi le spalle;
costui, che par d'ogni cosa si rida, più scaltrito ed astuto è d'Aniballe: con questo suo sagace strattagemma ha mostro ch'io starei bene in maremma.
Or fate il conto voi, buone persone; voi, che loici sete, argumentate, e fate dopo la conclusïone, ch'il tempo sia testè di Ciolle abate;
ma se non vien dal ciel nuova cagione, che mi ritorni alle prime giornate, dubito alfin di non venire a noia insino a i birri, insino al padre boia.
O stelle congiurate, o destin reo, dunque deve esser mio capo e mio duce non un Giovanni, anzi un Bartolommeo, che di foresteria poco riluce?
Non so s'ei si è Friozzarche od Arameo, se suona o canta, se taglia o se cuce; ma s'ei fusse Platone, io non lo voglio, ch'io mi morrei di rabbia e di cordoglio.
Sol di me lascerogli l'ombra sola, ed io me n'andrò in Arno alla pescaia, dove fitta nell'acqua infino a gola sosterrò doglie e pene a centinaia:
quivi starommi, senza far parola, come s'io fussi 'n una colombaia, tanto che un giorno lieti ne verranno gli Umidi miei, e me ne caveranno.
Però che tanti e poi tanti favori da chi lo potrà far verranno loro, che saranno chiamati fondatori, a darmi vita e sussidio e ristoro;
ond'io lieta dell'acque uscirò fuori coronata di mortine e d'alloro: e più bella che mai, e più felice, ritornerò reina e imperatrice.
Ed alla barba poi de' Farisei e degli Scribi, turba empia e maligna, se n'andranno sguazzando gli onor miei da Rovezzan per acqua insino a Signa.
Ma or ch'io piango, e miserere mei chieggo dolente a chi si tace e ghigna, e sonmi un pezzo lamentata indarno, lascio qui l'ombra e vo correndo ad Arno».
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