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1503–1584

62

Anton Francesco Grazzini

Con le lagrime agli occhi a scriver vengo, Pierone, a voi i travagli e gli affanni, e le nostre miserie e i nostri danni. Saper dovete ch'Arno,

non già tranquillo, lieto, dolce e chiaro, ma tempestoso, torbido ed amaro, quasi empio rio tiranno corse, ma non indarno,

anzi con tanta furia, che non fe' solo alle sue rive ingiuria, ma gran paese messe a saccomanno, menando via coll'onde irate e fiere,

vigne, poderi e case intere intere, senza aver discrezione di bestie e di persone: né manco ebbe riguardo o riverenza,

ché tutta intrise e imbrodolò Fiorenza; anzi le rovinò botteghe e case e chiese e monasteri e logge e ponti; tal che poco rimase,

che non sentisse i suoi crudeli affronti. Ma questi, ch'io v'ho conti danni infiniti, e mille altre rovine, sarebber poco alfine,

se non avesse l'empio scellerato quel ponte rovinato, ch'il nome tien dal trino e uno Dio; là dove voi ed io,

il Lottino e 'l Fortino, e Bastiano e Visino, e Betto Arrighi e Simon della Volta dicevamo improvviso a briglia sciolta.

E dopo a rimirar le vaghe e belle in ciel lucenti stelle, ch'al fermo polo van girando intorno, stavamo quasi fino al nuovo giorno.

L'Arrigo ci mostrava il Carro e 'l Corno, i Mercatanti, il Ladro ed Orïone, il Cancro e lo Scorpione, la Libra e 'l Sagittario,

i Gemini e l'Aquario, che veder non si pon se non la notte. E dove spesso poi cert'altre dotte, con altri cari amici

al fresco ragionando, disputando e burlando, menava i giorni miei lieti e felici, senza che mai non era,

che tra mattino e sera non lo passassi almen sei volte il giorno; ed or sovente vi torno e ritorno, e me gli aggiro intorno.

Ma quando sì mal concio e guasto il miro, non pur piango e sospiro, ma bestemmio e m'adiro, maledicendo il ciel e l'acqua e 'l vento;

e tanta pena sento, ch'io esco quasi di me stesso fuori. Pur fra tanti dolori, fra tanti mali, un po' di ben m'aita,

questo mi tiene in vita; ch'io ho ferma speranza un dì vedello, e meglio inteso e maggiore e più bello.

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