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1503–1584

58

Anton Francesco Grazzini

Forse parrà che la giornea m'affibbi, voler saper da voi per qual cagione, o saggio Berrettone, son quest'anno da noi fuggiti i nibbi.

Cosa stupenda e varia e non mai più sentita, non veder nibbi aggirarsi per l'aria: onde la gente afflitta e sbigottita

teme di qualche caso orrendo e strano. Chi dice: «A mano a mano verrà la carestia, la guerra, o la moria»;

altri pensan che 'l Turco passi il mare, e che venga a impalare chi non vorrà la fede rinnegare di colui che già nacque in Nazzarette;

ed altrui che i tremoti e le saette abbian Toscana tutta a subissare, come han fatto a i confini del Piamonte, e tengono altrui in ponte

con mille opinïon simili a queste. Ma pure i più s'accordan che la peste voglian significar che già vien via, e che corrotta sia

l'aria, o si debba corromper di corto; onde savio ed accorto il nibbio, antivedendo sì gran male, abbia adoprato l'ale,

e gito se ne sia nel mondo nuovo. Ma io la lor sentenza non approvo; per che di quante pesti son mai state, non si sono scritture ancor trovate,

ch'abbian de' nibbi mai fatto memoria: né il Villan nella storia, che scrisse la moria del quarantotto, de' nibbi fece motto;

e 'l Boccaccio anco nel Decamerone non ne fe' menzïone. E sonci vive ancor molte persone che del venzette si ricordan bene,

quando le strade piene di corpi morti si potea vedere; e nondimeno i nibbi ivano a schiere per l'aria volteggiando,

e per tutto predando un numero infinito di pulcini, che quest'anno scampato hanno il flagello. Voi dunque, o Belfratello,

che de' fiumi e de' boschi e de' pianeti conoscete i segreti, ditene in cortesia per che cagion son iti i nibbi via.

E se voi pur non vi credete apporre, fatevelo insegnar da Don Nasorre.

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