L'amor che tanto tempo v'ho portato, è cagion ch'io vi scrivo la presente, della qual, prete, credo veramente, me ne sarete per sempre obbligato.
Io non so se gli è vero, o se v'è stato apposto, ma lo credo finalmente, poi che pubblico tanto fra la gente si dice, che voi sete innamorato.
Questa mi pare un'espressa pazzia. Lo innamorato almen vuoi esser bello, non come voi, che parete un'arpia, anzi la fame uscita di tinello;
anzi l'ambasciador della moria, anzi Lazzaro uscito dell'avello, anzi uno spiritello, asciutto, magro, tisico e sparuto,
e di minor valor ch'uno starnuto. Né vi giova il minuto, né 'l cavol, che mangiate, o 'l pan bollito, ché voi sembrate un eco travestito.
Anche vi tien l'invito, e vi to' molto di riputazione quella cavalla, che pare un montone, anzi l'uccel grifone,
dice qualcun; ma i più della brigata vogliono alfin ch'ella sia foderata. Peggio è la scostumata, trista usanzaccia, ch'avete, messere,
di cantar d'ogni tempo il miserere. Né sol mangiare, o bere, per l'avarizia date all'altre genti, ma via cacciate di casa i parenti.
Né serve, né sergenti, non vi volete mai vedere appresso, anzi vi fate il guattero voi stesso. Onde si vede espresso
che non vi caveria tutto il ponente, colle tanaglie, di culo una lente. Or gli occhi della mente aprite, e risguardate queste cose,
se le vi paion belle e virtuose. E però l'amorose cure lasciate stare a chi le vuole, dove sete un augel notturno al sole.
Or alle mie parole date credenza, per ch'io non v'inganno, se bramate fuggir vergogna e danno. E così col malanno,
se non degli altri increscavi di voi, e lasciate ir Cupido a i fatti suoi.
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