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1503–1584

23

Anton Francesco Grazzini

Io sono a Staggia, ch'è la patria mia, e de' miei primi l'antica magione, ove l'avol mio nacque e ser Simone, Sandro Grazzin cognominato Urria.

Nel mezzo l'attraversa un'ampia via, per la qual vanno e vengon le persone da Firenze e da Roma, per cagione chi di negozi e chi di mercanzia.

Ovunque per me l'occhio, o il piè, si muove, l'arme mia veggo dipinta e scolpita: cosa ch'io non ho mai veduto altrove; onde l'anima mia quasi smarrita

gusta dolcezze sì rare e sì nuove, che mi pare acquistare un'altra vita. Ecci copia infinita di salvaggiumi tanto eletti e buoni,

che ci fanno afa starnotti e leproni. Gli è ben ver che i poponi non son come a Firenze; nondimanco ci ristoriam col vin vermiglio e bianco,

e del Greco abbiam anco di Somma: udite ben quel ch'io vi dico, che il fanciullon ci tratta dall'amico. Questo ancor vi replico,

che i vin, che noi beiam di mano in mano, tutti vengon di Chianti e da Panzano. Ma quel che pare strano, lasciamo andar che sien tutti eccellenti,

son freddi sì che ci agghiacciano i denti. Così lieti e contenti vivendo andiamo il tempo consumando, or uccellando, or cacciando, or pensando,

e talor cavalcando; od a piè visitiamo i più vicini palazzi, chiese, spedali e giardini, luoghi tutti divini,

per ch'il paese e l'aria ci è sì bella, ch'io ne disgrazio Fiesole o l'Antella. Per ora altra novella, se già nuovo capriccio non mi tocca,

non avrete da me se non a bocca.

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