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1503–1584

18

Anton Francesco Grazzini

Signor, da loro a loro una giornea s'affibbian gli accademici per modo ch'io rido dentro e fra me stesso godo, per che la lor pensata è Aramea.

Questa per certo è cosa iniqua e rea, che gli abbian consultato e posto in sodo, ch'io abbia ad esser preso ad ogni modo, e mandato alle Stinche, od in galea,

come se fusse in me qualche viziaccio, un, verbigrazia, ladro, o giuntatore, o qualcun di quegli altri, ch'io mi taccio. Chi dice mala lingua, piglia errore:

pongasi mente a ogni mio scartafaccio, ch'io non tocco persona nell'onore. Or se io mi trovo fuore dell'Accademia ed honne dispiacere,

diavol, ch'io non mi possa anco dolere? Ma s'egli hanno il sapere e la dottrina insieme e la ragione, scrivano e venghin meco al paragone.

Io sono in su l'arcione pronto e parato e gli aspetto alla guerra, sperando ad uno ad un porgli per terra. Ma quel che chiude e serra

tutto il sonetto e tutt'il voler mio, è ch'io vi temo ed amo come Dio; e che vi piaccia ch'io, vostro umil servitore e poverello,

sicuro sia da loro e dal bargello.

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