Signor, da loro a loro una giornea
s'affibbian gli accademici per modo
ch'io rido dentro e fra me stesso godo,
per che la lor pensata è Aramea.
Questa per certo è cosa iniqua e rea,
che gli abbian consultato e posto in sodo,
ch'io abbia ad esser preso ad ogni modo,
e mandato alle Stinche, od in galea,
come se fusse in me qualche viziaccio,
un, verbigrazia, ladro, o giuntatore,
o qualcun di quegli altri, ch'io mi taccio.
Chi dice mala lingua, piglia errore:
pongasi mente a ogni mio scartafaccio,
ch'io non tocco persona nell'onore.
Or se io mi trovo fuore
dell'Accademia ed honne dispiacere,
diavol, ch'io non mi possa anco dolere?
Ma s'egli hanno il sapere
e la dottrina insieme e la ragione,
scrivano e venghin meco al paragone.
Io sono in su l'arcione
pronto e parato e gli aspetto alla guerra,
sperando ad uno ad un porgli per terra.
Ma quel che chiude e serra
tutto il sonetto e tutt'il voler mio,
è ch'io vi temo ed amo come Dio;
e che vi piaccia ch'io,
vostro umil servitore e poverello,
sicuro sia da loro e dal bargello.